venerdì, febbraio 01, 2008

43: un giorno come tutti gli altri




Si alza dal letto, il lurido materasso nell’officina in cui, assieme ai suoi amici, trascorre buona parte delle sue giornate.
La ragazza vicino a lui lo guarda, rivestendosi e gli comunica quanto è costata la notte. Con la bocca ancora impastata di alcol, l’uomo prende i jeans, rovista nelle tasche e le tira una magra mazzetta di yen, senza nemmeno lasciarla andare via. Tutt’intorno, è puzza di sporco e olio da motori. Lui resta per un po’ a ricordare quando sognava di diventare un grande asso della Formula Uno giapponese e come si sia accorto quanto fosse impossibile entrare in quel mondo dorato.
Il cellulare suona.
Ancora intontito dal sonno risponde. La voce di sua madre.
“Tuo padre sta peggiorando… è ora di prendere una decisione. Ormai è vivo solo per le macchine e, se non possiamo permetterci i soldi per l’intervento…”
Lui sospira. Ne ha già parlato un mucchio di volte con la madre. In nessuna di esse, sono mai riusciti ad arrivare a una conclusione.





La saracinesca dell’officina si alza ancora di un po’ e i suoi amici, tutti meccanici come lui, entrano, salutandolo e scherzando sulla ragazza che hanno visto uscire dalla porta sul retro. Don e Pancho si mettono a lavorare, controvoglia come al solito. Shorty lo saluta, ma sembra un po’ preoccupato.


“C’è uno fuori che dice di voler parlare con te”
“Con me?”
“Sì a proposito di un lavoro, dice”
“Fallo aspettare solo un momento… arrivo”


Il ragazzo si alza, lavandosi prima la faccia per sembrare sveglio.
Per ora è una giornata come le altre per Hiroshi Shiba.





Sanshiro Tsuwabuki si rigira nel suo letto, sudando freddo. Domani ha scuola, si deve svegliare presto. Eppure, non riesce a prendere sonno, non riesce neppure a sfiorare una sorta di dormiveglia. Nella stanza accanto, i suoi genitori non sanno nulla della paura che lo schiaccia così tanto da fargli male.
Dormono tranquilli. Sanshiro non ha nemmeno il tempo di invidiarli.
L’anta del suo armadio si socchiude leggermente. Sanshiro si stringe le lenzuola più strette, caccia la testa sotto, serra fortissimo gli occhi. Come se servisse a qualcosa: è utile solo a rendere più vividi i ricordi del cane a cui ha rotto la testa a sassate e del suo compagno di scuola che…


“NE VOGLIO UN ALTRO…”


La voce ringhia da dentro l’armadio. Il piccolo Sanshiro non vuole vedere, non vuole vedere a tutti i costi, ma è impossibile ignorare l’ombra deforme del gigantesco teschio di drago, proprio sul suo soffitto.





“Le va di farsi un giro, mentre parliamo di affari?”
“V-va bene…”
Piuttosto frastornato, Hiroshi sale a bordo della lussuosa limousine parcheggiata davanti alla sua officina. L’uomo seduto davanti a lui ha una mantella e un cappello a cilindro, e lo squadra con una punta di divertimento.
“Signor Shiba, piacere di conoscerla”
“Piacere, signor…?”
“Può chiamarmi Baron. So molte cose di lei… non ha avuto un periodo molto fortunato, vero?”
La macchina parte, portando i due senza una meta precisa, in giro per Tokyo.
“Un pilota molto promettente… ma senza i giusti agganci non si va da nessuna parte, vero?”
Hiroshi resta ad ascoltare le parole di Baron senza replicare. La fine del suo grande sogno è una ferita fin troppo aperta, per lui.
“E suo padre, dopo quel brutto incidente… sopravvive solo grazie a una macchina. Non potrete permettervi le spese dell’ospedale ancora per molto, immagino”
“Dove vuole arrivare, signor Baron?”
Baron fa una piccola risata, che vorrebbe essere amichevole. “Nulla… nulla davvero. Solo, noi della scuderia Black Shadow abbiamo sempre bisogno di piloti validi. Conosciamo i suoi precedenti… è una mera questione di coincidenze avverse se non ha mai sfondato come pilota”
“La Black Shadow!… ma…”
Baron sorride. “Saremmo lieti di accettarla nel nostro team, signor Shiba. Permanentemente”
Per un attimo, il cuore di Hiroshi sembra fare un rintocco secco, come una campana. La possibilità che lo noti una scuderia blasonata come la Black Shadow, non importa quale sia la sua reputazione, è quanto di più irraggiungibile abbia sognato.


“C’è una condizione, però…”


L’atmosfera, per un momento sembra farsi molto più fredda. Sono gelidi anche gli occhi di Baron, mentre cercano quelli di Hiroshi, alla ricerca di una qualche forma di tentennamento. Shiba aggrotta la fronte. Per un attimo, quella limousine gli è sembrata troppo stretta.
“Cioè?”
“Saprà che nutriamo una certa rivalità nei confronti di una scuderia in particolare, la scuderia Sayongi. Finora, il suo pilota di punta, Ken Hayabusa…”
“Il Falco!”
“Proprio lui… Hayabusa, dicevo, ha vinto molto. Molto più di quanto non gli fosse concesso vincere. Ci piacerebbe, signor Shiba, che accadesse un incidente, durante la gara. Qualcosa di molto grave”
Il fiato nel petto di Hiroshi si mozza. “Mi sta proponendo di uccidere Ken Hayabusa durante la corsa?”
Baron di nuovo fa un sorriso che appare un po’ più largo e sgradevole di quello precedente. “Lei mi sta fraintendendo. Mi limitavo ad augurarmi qualcosa”
“Mettiamo che io lo uccida…”, comincia Hiroshi, più che mai deciso a parlarsi chiaramente. Baron lo interrompe subito.
“Finirebbe in carcere, com’è giusto che sia. Ma probabilmente, per una fortunata sere di coincidenze, qualche vecchio zio lascerebbe alla sua famiglia un assegno sostanzioso, su un conto sicuro…”
La paura avvelena ogni traccia dell’euforia di Hiroshi. Il ragazzo sente un sapore amaro in bocca, mentre pronuncia la sua risposta.
“Mi dia un giorno per pensarci”





“QUESTA E’ LA POTENZA DI MAZINGER!”


“Koji, preparati! Tra poco dobbiamo andare”
Gli occhi incollati al televisore, Koji guarda i cartoni animati con il fiato sospeso, seduto per terra, ignorando completamente la madre.
“Koji…”
“Ma mamma! Questa è la puntata in cui muore il Barone Ashura!”
Un rumore di passi dalle scale precede la voce del fratello, di qualche anno più grande.
“Smettila! È poi è un catorcio quel robot, non riesce nemmeno a volare!”.
Tetsuya fa un sogghigno nel vedere la reazione immediatamente infuocata di Koji. “E’ IL PIU’ FORTE DI TUTTI, INVECE! ROCKET PUNCH!”, urla, tirando un cuscino contro Tetsuya.
Il ragazzo fa una piccola risata. È una risata che si spegne subito, non appena vede l’espressione forzatamente allegra della madre.
Madre è un nome che non ha mai smesso di usare nei riguardi della dottoressa Asamiya, la donna che insieme al professor Kenzo Kabuto l’ha adottato ormai da molti anni.
“Mamma… cosa c’è?”
La madre non dice nulla. Per un po’, si limita a fissare Koji che corre a cambiarsi salendo le scale e urlando ancora le armi del cartone animato che stava guardando. Poi, quando il bambino ha chiuso la porta dietro di sé, si rivolge a Tetsuya.


“Tetsuya, devi essere forte”
L’atmosfera si raffredda nel giro di pochi, minimi istanti. Tetsuya sente parole che ha già ascoltato decine e decine di volte.
“Tuo fratello è molto debole e…”
Mentre la voce della dottoressa si inceppa, Tetsuya chiude gli occhi e il suo pensiero va a Daisuke, il loro fratello maggiore, devastato dalla stessa terribile malattia che – lentamente – ha attaccato anche Koji. Tetsuya voleva bene a Daisuke, il fratello maggiore taciturno e un po’ introverso che gli ha insegnato a suonare la chitarra.
“Mamma… non preoccuparti. Ho promesso che avrei aiutato Koji e lo farò”
“Sarà tuo… tuo padre a… ad asportarti il rene”
La dottoressa Asamiya si asciuga un accenno di lacrime, proprio mentre la porta della stanza di Koji ne esce fuori il bambino, che non sembra affatto consapevole di tutto quello che sta succedendo.
“ROCKET PUNCH!”


La dottoressa fa un altro sorriso, un cenno piuttosto mesto di intesa verso il fratello più grande.
Tetsuya lo restituisce, cercando di ignorare la consapevolezza del dolore che proverà di lì a poco.


La macchina porta la donna e i due ragazzi proprio davanti all’ingresso della clinica Human Alliance. Proprio sull’entrata, il gruppo viene preceduto da un ragazzo con un logoro vestito stile Elvis Presley, unto di macchie d’olio da motore. Hiroshi e Tetsuya restano a fissarsi per qualche attimo, quasi come se si conoscessero.
Poi, ognuno va per la sua strada.


Hiroshi a passo incerto, va verso il reparto di rianimazione.
Sola, nel corridoio appena fuori la porta del reparto, c’è la madre di Hiroshi, ancora con gli occhi gonfi e rossi.
“Mayumi ha chiesto di te. È da molto che non ti fai vedere”, lo saluta con un filo di voce.
In preda a un improvviso imbarazzo, Hiroshi china la testa. “Mamma, ho qualcosa da dirti”
La madre alza la testa verso di lui. Il suo volto è distrutto. Da quanto non dormirà? Hiroshi non si sente affatto in grado di quantificarlo. Il ragazzo si guarda intorno, di sfuggita, cominciando a raccontare la proposta che gli ha fatto Baron. Le sue terribili implicazioni.
La reazione della madre non è esattamente quella che si aspetta: un’energica presa di posizione contro un atto simile. È un compromesso.
“Cosa rischieresti? Verresti coperto in qualche modo?”
La disperazione in cui versa la famiglia Shiba, sembra aver portato via anche questo. Hiroshi deglutisce, sentendosi completamente abbandonato.
“Devo… devo vedere subito papà”





“Papà!”
“Stai buono, Koji… ci vorrà davvero poco”, dice il dottor Kabuto, sorridendo e scompigliando i capelli del bambino.
Per l’ennesima volta, non ha mai nemmeno salutato Tetsuya, relegato nella sala d’attesa della sala operatoria, in ombra. Come al solito, un paio di volte ha provato ad andare vicino a suo padre, a rassicurarlo dicendogli che era pronto. Suo padre si è limitato ad annuire, come se essere pronto a un’operazione chirurgica così pesante dovesse essere qualcosa di scontato, per il ragazzo.
Tetsuya rimane a guardarli dall’esterno. Sembrano felici. Come al solito, lui si sente di troppo. Solo sua madre, la dottoressa Asamiya, sembra girare la testa nella sua direzione.
In un solo sguardo, entrambi sanno perfettamente cosa l’altro sta pensando.


Tetsuya cerca di restare assolutamente freddo anche quando gli vengono messi i fermi per legarlo al lettino. Ora guarda il soffitto della sala operatoria. È brutto, sporco… farebbe paura a chiunque, a parte lui, che ha la distorta fortuna di nutrire paure più sottili e terribili.
Quando il padre entra in sala, le mani già coperte dai guanti, Tetsuya bisbiglia una sola frase a se stesso:


Sarò più forte
La bisbiglia pianissimo come un mantra. Il dottor Kabuto osserva solo le labbra muoversi, poi incide la carne. E Tetsuya non ha nessuna intenzione di implorare un’anestesia che il dottore sembra essersi dimenticato.


“Papà”
Hiroshi, nella sala di rianimazione, accanto al corpo di suo padre, non riesce a dire altro. Il rumore delle macchine, il beep rassicurante e fastidioso al tempo stesso, non lascia alcun posto per altri pensieri. A volte, Hiroshi ha quasi l’impressione che suo padre possa parlargli attraverso quei suoni cadenzati, regolari.
“Cosa devo fare?”, si chiede l’uomo che avrebbe voluto essere un campione di Formula Uno.
“Cosa devo fare?”
La sua mano si stringe in un pugno tremante, mentre passa in rassegna i volti di suo padre, sua madre, sua sorella Mayumi. È specialmente nei confronti di quest’ultima che prova un continuo senso e poco spiegabile senso di colpa.
Chiude gli occhi. Li riapre pochi istanti dopo, pochi istanti seguiti da un lungo respiro.
Sa cosa fare. L’unica cosa che può fare.

La mattina dopo, Hiroshi è distrutto. Lo splendore immacolato della limousine che va a prenderlo davanti all’officina stride con il volto distrutto di Shiba, che aspetta da ore in una mattinata freddissima, con le mani cacciate nelle tasche del suo abito a frange.
Il finestrino della limousine si abbassa e un Baron sorridente si rivolge al pilota, senza troppi preamboli.
“Ha preso la sua decisione?”
“L’ho presa”
Baron annuisce. “Salga pure, allora, e concordiamo i dettagli”
Hiroshi rimane in silenzio per parecchi istanti. “Non ci sarà bisogno. Non accetto, mi spiace”
L’unica soddisfazione, nel dialogo, è vedere il volto di Baron contrarsi e poi afflosciarsi di colpo, gli occhi spalancati in volto.
“Ho capito bene?”
La voce di Hiroshi è così stanca da non apparire nemmeno arrogante. Solo distrutta, esausta, e con carichi di sensi di colpa che ne appesantiscono ogni sillaba. “Sì, ha capito. Non intendo correre per la Black Shadow”
“Sta condannando a morte suo padre… e si sta rovinando del tutto la carriera”
“Me ne rendo conto. Grazie lo stesso”





Quell’ultima frase tronca in maniera definitiva la discussione. Shorty si avvicina a Hiroshi, dandogli una pacca su una spalla e rivolgendogli un sorriso che si sforza di sembrare allegro.
“Hai fatto bene, per me”
Hiroshi si limita a stringersi nelle spalle, prima di ritornare in officina. In tv, Ken Hayabusa viene intervistato e dimostra una supponenza irritante e smodata.
“Avresti potuto batterlo senza problemi”, commenta Shorty, con una punta di amarezza nella voce.
Hiroshi resta a guardare la tv per un po’, rimuginando su qualcosa. Poi si volta verso il suo braccio destro.
“Io POSSO batterlo”
Shorty lo guarda perplesso. Fa per dire qualcosa, ma l’espressione risoluta di Hiroshi lo zittisce.


“…E lo batterò a bordo di una macchina della scuderia Shiba”


È notte fonda. Ancora prostrato dal dolore dell’operazione, Tetsuya non riesce a chiudere occhio. Respira debolmente, mentre oltre la sua stanza, dalla sala, arrivano voci che si sforzano di parlare piano, ma non abbastanza perché lui non le possa sentire.



- Non è per questo che ve l’ho affidato.
- Per favore, calmati o ci sentirà!
- Non mi importa! Forse sarebbe il caso che ci sentisse. SONO SUO PADRE! E non sopporto che quel folle di Kabuto lo usi come…
- Smettila…
- … come una banca d’organi! Mio figlio non ha il dovere di sacrificarsi di fronte a nessuno. Tantomeno per il figlio di Kabuto!
- Sapevi che sarebbe andato così quando ce l’hai affidato.
- NO! e in ogni caso non importa. È finita, me lo riprendo!
- E’ troppo tardi. E lo sai.
- … non usare quel tono con…
- Ora è meglio che te ne vai, davvero… se lui sapesse che ti faccio entrare, non so cosa potrebbe succedere…


IO HO UN PADRE



Tetsuya resta per un attimo paralizzato. Poi, il rumore della porta di ingresso di casa che si apre lo fa agire alla svelta: sgattaiola nella vicina cameretta di Koji e fa abbastanza rumore da richiamare l’attenzione di sua madre. Koji, confuso apre gli occhi, e Tetsuya gli fa cenno di tacere.
Nel momento in cui la dottoressa Asamiya va a vedere che sta succedendo, Tetsuya sgattaiola di nuovo verso la sala da cui sentiva la voce di quello che diceva di essere suo padre.
Nessuno.
Apre la porta di ingresso, in preda alla disperazione.
La domanda che si è sempre posto finora, continua a perseguitarlo.
IO HO UN PADRE?


Il pianerottolo è completamente vuoto davanti a lui.





Sono passati giorni.


Koji è con Sanshiro Tsuwabuki, un suo coetaneo, nel cortile della scuola.
La situazione si è appena rilassata e Koji ha ancora le nocche dei piccoli pugni brucianti dai pugni che ha inferto. Un gruppo di ragazzi di un’altra classe ha appena ricevuto una lezione come si deve dopo aver preso in giro Kabuto.


“TI fai sempre difendere da tuo fratello, vero? Ma non è tuo fratello! Lui è orfano!”
“Or-fa-no! Or-fa-no!”


Ora quei coretti sono un rimestare di borbottii pieni di rabbia e risentimento verso Koji, pronunciati a voce non troppo alta da un gruppetto di bambini che torna in classe cercando di nascondere i lividi appena guadagnati nella zuffa.
Col fiatone, ma con uno sguardo di cupa soddisfazione, Koji continua a mormorare la stessa frase che ha urlato loro addosso prima di cominciare a picchiarli.
“Lui è mio fratello”
Sanshiro, poco lontano lo guarda.
“Hanno avuto quello che si meritavano”, dice, salutando gli avversari con un gesto di sfida che sembra più buffo che altro, in un bambino della sua età.
Poi torna a rivolgersi a Koji. “Ti va di fare la strada con me, quando torniamo?”
Quando Koji annuisce, Sanshiro gli rivolge un gran sorriso. Un sorriso che si incrina di molto, quando pensa a ciò che gli ha ordinato il mostro che lo perseguita ormai da giorni.


Ne voglio un altro. Un bambino


Il coltello nella sua cartella sembra esser diventato più pesante.


Tetsuya intanto è a scuola, in un corridoio, impegnato a fumare insieme alla sua banda: Jun, Boss, Nuke e Moocha. Sente ancora il dolore lancinante dell’operazione. La fredda rabbia nel vedere con quanta indifferenza il bisturi è stato affondato dentro di lui.


Senza di te, lui non può farcela. Ha bisogno del tuo aiuto


Le parole della madre gli riecheggiano ancora in testa.
Padre… madre… da quando ha assistito alla conversazione nascosta tra lei e quello che dovrebbe essere il suo vero genitore, le cose si stanno facendo sempre più confuse. Una confusione che sembra soverchiare anche tutta l’urgenza di sapere, ieri, l’identità della persona che si spacciava come suo padre.
“Che ne dici se stasera andiamo a fare un po’ di danni?”, ghigna Boss, mentre Nuke e Moocha si danno di gomito con un’aria di comica complicità.
Tetsuya si limita a scuotere la testa. “Non oggi, non ne ho troppa voglia”
In realtà, il dolore dell’operazione è ancora tale da impedirgli di fare quasi qualunque cosa. Solo con l’ostinazione a non esibire la propria sofferenza, riesce a mantenere la solita aria distaccata. L’unica che sembra capire fin troppo bene la situazione, al solito, è Jun. Per quanto a Jun non abbia mai raccontato troppo, Tetsuya ha sempre la certezza che la ragazza sappia tutto ciò che gli sta succedendo. E capisca fin troppo bene cosa lui provi.
Jun è come una sorella per Tetsuya.


“Scusate… avete da accendere?”


Trasalendo, Boss, Nuke e Moocha si voltano verso la voce che ha parlato.
Jun guarda il nuovo arrivato e rivolge un’occhiata perplessa a Tetsuya. Lo sguardo del ragazzo conferma la stessa impressione: dev’essere arrivata da poco, a scuola.


È una ragazza alta, con lunghi capelli biondi e penetranti occhi azzurri.
Deve avere sangue europeo, quasi sicuramente.
“Mi chiamo Ran. Ran Asuka”, dice la ragazza, con un sorriso appena accennato.


Pochi minuti più tardi, Koji e Sanshiro sono per strada.
“Vieni con me, facciamo prima di qua”, dice Sanshiro, portando il compagno in un vicoletto. I due stanno ancora parlando di come le hanno suonate ai ragazzi che prendevano in giro Tetsuya, oggi. Koji, soprattutto, è esaltatissimo per essersi comportato né più né meno che come il suo eroe preferito, il pilota di Mazinger Z.
Non si accorge che Sanshiro ha iniziato a rovistare nella cartella. Se ne accorge solo quando sente la sua voce.


“Scusami, Koji”


Koji riesce per un pelo a evitare la coltellata che sta per colpirlo a un fianco.
“SEI IMPAZZITO?”
Sanshiro continua a guardarlo con un’aria mogia. “Scusa, Koji”, ripete. Poi cala di nuovo il coltello sull’altro bambino.
Salvato più dal panico che dai riflessi, Koji si fa indietro ancora una volta in tempo per evitare che il colpo di coltello gli squarci il petto.
Non prende tempo per respirare, per capire cosa stia succedendo.
Corre a perdifiato nel vicolo, gridando aiuto, con i passi di Sanshiro dietro di lui.


“Koji, mi dispiace ma devo ucciderti!”


L’urlo di Koji si fa più forte quando va a sbattere contro qualcuno, appena uscito dal vicolo.
“Stai fermo!”, ordina imperiosamente una voce, tenendolo stretto per il colletto.
Un poliziotto di quartiere gli punta gli occhi addosso, cercando di capire cosa stia succedendo, mentre continua a tenerlo fermo.
Sanshiro esce dal vicolo, apparentemente tranquillo. Non ha più il coltello in mano.




“Ha cercato di uccidermi!”
La voce di Koji è acuta, sconvolta e terrorizzata. Il poliziotto che l’ha agguantato al volo, non appena uscito dal vicolo, lo fissa con un’aria severa.
“Non dovresti dire delle bugie”.
Koji continua a cercare di strattonarsi la mano del poliziotto che continua a stare stretta sulla sua spalla. Sanshiro cerca di fare lo stesso, nel più completo panico all’idea di essere scoperto.
“Ha un coltello! Sto dicendo la verità! Ha cercato di ammazzarmi!”
Il poliziotto scuote la testa.
“Ora basta, cercare di prendermi in giro. Credo che tutti e due vi farete un bel giretto con me in commissariato, tanto per farci due chacc…”


“ADDOSSO!”


Tetsuya e la sua banda vanno contro al poliziotto, armati di mazze da baseball e catene, il tempo perché Sanshiro e Koji riescano a divincolarsi.
“Ma che diavolo sta succ…?”
La voce del poliziotto è stroncata da un’impietosa mazzata che gli arriva dritta in faccia da Tetsuya, ma che purtroppo non basta per stordirlo. La sua mano, anzi, si stringe con una foga rinnovata sulla spalla di Koji che, per tutta risposta, attacca a morderla furiosamente.
Sotto gli sguardi perplessi della misteriosa Ran, che assiste impassibile a tutta la scena, i ragazzi (con Tetsuya e Jun in primis) malmenano la guardia il tempo di dare agli altri la possibilità di scappare, per poi darsela a gambe a loro volta.
Il poliziotto cerca di inseguirli per un po’. Il fiatone, la stanchezza accumulata e le botte prese, strattonano le sue gambe dopo pochi metri.
Mentre il respiro si calma, guarda i ragazzi allontanarsi, troppo veloci.
A Ran basta girare un vicolo, e anche lei sparisce a sua volta.


“E allora ha tirato fuori un coltello e ha cercato di ammazzarmi…”, mormora Koji, davanti ai ragazzi assiepati nel vicolo ad ascoltarlo.
Jun giocherella con un coltello che si passa tra le dita, con un’aria meditabonda.
Boss, Nuke e Moocha fanno proclami di guerra, tipici dei loro: altisonanti e ben poco convincenti. È solo la voce bassa e fredda di Tetsuya a rendere molto più reale quello che sta succedendo.


“Andiamo a casa sua e facciamogliela pagare”.


Boss resta un attimo in silenzio, terrorizzato dal lampo omicida negli occhi di Tetsuya.
“Stai scherzando, vero? È un ragazzino, mica staremo a perdere tempo con…”
“Ha cercato di accoltellare mio fratello. Questo mi basta”
Jun chiude il suo coltello a scatto, con un rumore secco che fa voltare il gruppetto verso di lei.
“Io non ho nulla in contrario a dargli una lezione”, dice, guardando fisso Tetsuya. Lui risponde con un cenno d’assenso e si volta verso gli altri.
“Siete con noi?”
“Ci siamo, ci siamo… - borbotta Boss – però non mi piace questa storia di picchiare i mocciosi…”
“Che c’è, Capo? – ghigna Nuke – Hai paura di prenderle?”
“CAMMINATE, IMBECILLI!”


Tetsuya prende la mazza da baseball, soppesandola. Poi annuisce, come se fosse leggera al punto giusto.
“Koji-kun… dove abita il tuo amico?”





Le cose si fanno confuse. Sembrano pochi istanti, quelli passati da quando Hiroshi ha detto di no alla richiesta di Baron e ha deciso di investire buona parte dei suoi pochi soldi nel rilancio della scuderia Shiba. E ora è lì, ad aggiustare la sua macchina ai box, insieme a Shorty, Don e Pancho.
L’atmosfera è surreale: sembra che tutti siano in una sorta di delirio nei confronti di Ken “Falco” Hayabusa. Dagli spalti, è un continuo inneggiare al pilota forse più famoso del Giappone. Hiroshi sente il boato che si trasforma in un coro, intonato molte ore prima dell’inizio della gara.


Il suo nome è Ken, Ken Falco! Non lo batteranno mai!...


Hiroshi stesso si mette a canticchiarla dopo un po’. Per quanto la situazione sia grave, per quanto da questa gara dipenda la vita di suo padre, la consapevolezza di starla affrontando in un modo onesto è per il ragazzo un motivo in più di prenderla tranquillamente. Di essere lì sapendo di aver fatto tutto ciò che era in grado di fare.


“Alla lunga è fastidiosa, vero?”


Hiroshi si volta verso la ragazza che ha parlato alle sue spalle. È una ragazza sui vent’anni, forse un po’ meno, lunghi capelli biondi e lineamenti mezzo europei. Per un momento, Hiroshi è lì a chiedersi chi sia, poi si ricorda che si tratta di uno dei tecnici assoldati da Don.
Mentre fa un’ultima revisione della macchina, Hiroshi rivolge un sorriso alla ragazza. “Non è male… e poi non è da tutti avere una canzone tutta per sé”
La ragazza annuisce, con un sorrisetto. Poi, mentre è ancora lì a controllare la macchina, anche lei canticchia una canzone.


Corri, ragazzo laggiù… vola tra lampi di blu…


“Non è male, questa”, commenta Hiroshi. Inizia a cantarla con lei, insieme a Shorty, Don e Pancho. E per quanto buona parte delle parole non le capisca (soprattutto a cosa si riferisca il nome Jeeg che sembra ricorrere così tanto), è come se quella canzone avesse in qualche modo il potere di incoraggiarlo, di farlo sentire a suo agio.
Presto, le parole del pezzo intonato dalla ragazza sembrano sovrastare quelle dell’inno a Ken Hayabusa. E quando Hiroshi se ne accorge, si rivolge alla donna.
“Chi sei tu?”
“Mi chiamo Ran. Ran Asuka”, risponde lei, con un sorriso piuttosto vago.





Arrivano, armati di mazze e catene, guidati da un Tetsuya sempre più torvo e scuro in volto. Boss, Nuke e Moocha, spacconi come al solito; Jun, che lancia ogni tanto un’occhiata al capo della gang. Tetsuya, che non ha detto una parola da quando lui e i suoi amici si sono mossi per farla pagare al ragazzino.
E Koji, che ha sperimentato sulla pelle ciò di cui Sanshiro sembra essere capace.
La casa di Sanshiro è silenziosa, con le luci spente. Non c’è nemmeno una macchina posteggiata. Forse i genitori hanno scelto proprio questa serata per fare un giro fuori.


“Ci limitiamo a fargli un po’ di paura, eh?”, tartaglia Boss. La casa non promette nulla di buono, a vederla così. Sembra la tana di un drago addormentato.
“… sì”, risponde cupamente Tetsuya.


In realtà, sta guardando la figura femminile appoggiata alla porta, a braccia incrociate. Non appena il gruppo si avvicina, la ragazza si stacca, con un sorriso buio sul volto.
“Dunque… si va?”
“La nuova arrivata”, mormora Jun, guardando Ran negli occhi, e vedendola annuire.
La gang di Tetsuya si ferma davanti a lei. L’aria stessa sembra essersi raggelata, immobilizzata.


“Non hai motivo di venire con noi”, replica freddamente Tetsuya,
Ran inizialmente non risponde. “I miei motivi non sono i tuoi”
Jun fa un passo in avanti. Gli altri trattengono il respiro. Koji sembra studiare la ragazza, guardandola decisamente perplesso. In questo assurdo scenario, nessuno le chiede però chi sia e che cosa voglia.
Sembra che sia un particolare di minore importanza. O qualcosa di cui forse è meglio non parlare.


Jun sbuffa, oltrepassando entrambi e armeggiando sulla porta.
La porta è aperta e, dentro, la casa è completamente buia.


“Io credo che abbia imparato la lezione!”, tartaglia Boss, facendo un passo all’indietro.
Tetsuya non risponde. Entra nella casa, seguito da Koji, costringendo tutti a fare altrettanto.


Non è un ambiente rassicurante: il respiro pesante di qualcosa, qualcosa di vivo, sembra rimbombare per tutto l’edificio. Koji si arresta per un momento, guardandosi intorno. Il pavimento di legno scricchiola sotto i suoi piedi e quello dei suoi compagni.
Ran è l’unica a muoversi con una certa sicurezza, perfino quando le pareti sembrano scuotersi leggermente, come per una scossa.
“Che roba è stata?. Lo sguardo di Jun saetta nel buio.
Si spalanca, accompagnata dagli urli di Boss, quando la gigantesca ombra di un drago copre l’intera superficie della sala.


UCCIDILI!


Sotto l’ombra, Sanshiro, armato di una mazza da baseball.
Ran sembra l’unica non troppo stupita dalla situazione, la prima a muoversi verso il ragazzino, senza la minima intenzione bellicosa.
“Sanshiro… non sei obbligato a fare quello che ti dice”
Il ragazzo spalanca gli occhi. Nell’oscurità sembrano quasi più grandi e disperati. “Tu non capisci… se non lo faccio… se non lo faccio…”
“Se non lo fai, non ti succederà nulla. Non può farti nulla. Non ha alcun potere su di te”
“Lui…”
Ran fa un altro passo.
“Ascolta, Sanshiro. Non lasciare che prenda il sopravvento. È lui a essere al tuo servizio non il contrar…”


UCCIDILI


“Ma cosa…”
Prima che Tetsuya possa fare qualsiasi cosa, uno schianto poderoso copre a malapena l’urlo lacerante di Koji.


“AIUTO!”
BAMM!
“AAAH! TETS…!”
BAM!!!
“KOJI! DOVE SEI? KOJI!!!!!!”
“FERMATELO”
“PRENDETE QUEL…”
“AIUTO!!!”
BAM! BAM! BAM!!
“K-Koji...”


Solo ora Tetsuya, a tastoni, riesce a ritrovare il corpo esanime del fratellino.
Il piccolo giace sul pavimento, con la testa fracassata dalla mazza di Sanshiro.
Tetsuya salta immediatamente addosso all’assassino, ancora ciondolante, con lo sguardo spiritato, prima che Ran cerchi di frapporsi in mezzo, dividendoli a fatica e approfittando del momento in cui né Jun né gli altri, troppo stupefatti da quello che è successo, riescono a fare alcunché.


BRAVO! COSI’! AMMAZZALI TUTTI!


Un altro scossone. Stavolta, però… stavolta però Tetsuya giurerebbe di sentire una voce estremamente smorzata mentre si lancia verso il ragazzino.


thunder…


“BASTA! VI STATE UCCIDENDO A VICENDA! NON CAPITE CHE STATE SOLO FACENDO IL LORO GIOCO?”
Nessuno dei due la ascolta. Ran è costretta a spintonare con violenza Tetsuya, lontano, e trascinarsi dietro Sanshiro.
“Sanshiro, ascolta! Devi uscire di qui! devi andartene!”


FALLA STARE ZITTA! UCCIDI ANCHE LEI!”


“Non abbiamo tempo… non posso tenermi concentrata ancora per molto…”. Mentre glielo dice, Ran scuote disperatamente Sanshiro come una bambola di pezza, con Tetsuya che cerca con tutte le sue forze di allontanarla per ammazzare il ragazzo.
“Io… cosa devo fare? COSA DEVO FARE?”
“Riprendi il controllo! DEVI farlo!”


Un’esplosione, fuori dalla casa. Un’altra. Un assurdo rumore di qualcosa che sta ruggendo di rabbia.


“Senti questi rumori? QUESTI sono la realtà… SEGUILI! CONCENTRATI SU DI LORO!”
“LASCIAMELO! MALEDETTO, HA UCCISO MIO FRATELLO!”


NON CREDERLE! STA MENTENDO! UCCIDILA!


L’ombra sul muro sembra vacillare, vacillare pesantemente.
“ORA!” urla Ran a Sanshiro.
Poco prima che Sanshiro scompaia nel nulla.


“Ora tocca a te, Tetsuya”, dice Ran.
“Tocca a me cosa?”, ripete il ragazzo. Lo sguardo pieno di panico si riflette in quello di Boss, Nuke e Moocha. In quello di Jun, che continua a fissare il punto da cui è sparito Sanshiro.
La casa trema leggermente.
Fuori, rumori assolutamente estranei a quelli del silenzioso e quasi deserto vicinato in cui i nostri si trovano. Rumori di esplosioni, urla che pronunciano nomi senza molto senso, ma incredibilmente familiari.


HYDROBLAZER!!!!


“Che sta succedendo?”, chiede Tetsuya, confuso.
“Succede che sarà il caso che ce ne andiamo subito”, tartaglia Boss, addossandosi alla parete. Tetsuya non riesce a rispondere nulla. Guarda il corpo di Koji, con la testa spaccata, il sangue che inzuppa il pavimento.
“Non è tuo fratello”, dice freddamente Ran.
Un’altra scossa di terremoto, più forte stavolta, tanto da far scricchiolare ogni più piccolo pezzo della casa. Jun si volta verso Tetsuya, in preda al panico.
“DOBBIAMO USCIRE!”
Ran poggia una mano sulla sua spalla, poi poggia anche l’altra. Tetsuya cerca di dire qualcosa prima che la donna lo spinga di forza contro la parete.
“QUELLO NON E’ TUO FRATELLO! NON E’ MORTO! E TU SEI UN PILOTA DELL’ARMATA MAZINGER, NON UN RAGAZZINO!”
“Io… io…”
Gli occhi di Ran si stringono, in un’espressione insofferente. Dietro di lei, un pezzo di soffitto crolla tra le urla terrorizzate del trio di Boss e un’imprecazione di Jun.
“Ricordi quando ti allenavi giorno e notte, Tetsuya? Quando TI COSTRINGEVANO a essere forte? E’ questo ciò che devi essere ora, Tetsuya! FORTE! Più forte di questa maledetta illusione! Più forte del senso di tutto quello che provi per Koji o per il Direttore o…”
Tetsuya deglutisce, stringendo gli occhi.





Ultimo giro.
Lo strapiombo alla sua destra e la macchina della Black Shadow alla sinistra. E Ken Hayabusa è ancora davanti, troppo avanti.
Hiroshi tiene le mani salde sul volante, proprio mentre il pilota della Black Shadow scarta nel tentativo di farlo cadere dal burrone. L’adrenalina muove il suo cervello e le sue mani più efficacemente di quanto non l’abbiano mai fatto anni e anni di corse.
La pioggia, che non sembra decidersi a smettere, batte sul suo casco. Le gomme stridono e la macchina della Black Shadow va addosso a quella della scuderia Shiba. Hiroshi si aggrappa al volante, lo gira disperatamente, come fosse un timone. Sbanda solo leggermente quando la macchina avversario, cercando di urtarlo, cade nel crepaccio al posto suo.
Si sforza di non sentire l’urlo, si sforza di non sentire l’esplosione.
Pigia sull’acceleratore, in un disperato testa a testa con Ken Hayabusa, che sembra non voler concedere nulla, nemmeno un millimetro all’avversario.


Non ce la faccio… non ce la posso fare


più forte… devo essere più forte…


Quante volte ha pronunciato questa frase? Ma soprattutto, quando?
Prima che possa pensare a una qualsiasi risposta, le labbra di Ran si poggiano sulle sue. La casa sembra disfarsi ancora di più. Jun guarda la scena con il respiro mozzato, smettendo per un momento di ripararsi dai pezzi di muro che stanno ormai crollando dappertutto.
Ran si stacca precipitosamente da Tetsuya, con un’aria imbarazzata. Per un attimo, al ragazzo non assomiglia per niente alla ragazza bionda, europea, con cui ha parlato finora. Sembra una strana donna coi capelli rossi, mossi, in quella che sembra una succinta tuta da pilota, che lascia scoperto quasi tutto il corpo.
“Oddio… sto per perdere il controllo anche io…”
Il rumore delle esplosioni sopra di loro, in un cielo che sembra invece assolutamente placido e immobile, si fa assordante.


Hiroshi digrigna i denti, mentre le due auto cercano disperatamente di superarsi a vicenda, a pochi metri dal traguardo. Sancho, Don, Shorty e la misteriosa ragazza appena assunta, guardano preoccupati l’esito della gara.
La ragazza è l’unica che sembra accorgersi di qualcosa di stranamente inquietante. Hiroshi, sul posto di guida, sembra ingobbito e scheletrico. Sembra più vecchio. Sembra quasi suo padre, piuttosto che lui, a guidare.
L’Hayabusa sembra in vantaggio di pochi centimetri.
Lo staff della scuderia Shiba e quello, ben più numeroso, di Ken Hayabusa, cantano a squarciagola i rispettivi inni.


“JEEG, HIROSHI! USA LA FORZA DI JEEG!”


Per quanto sia a metri e metri di distanza, Hiroshi sente la voce della ragazza.
Jeeg?
Mandando uno sguardo disperato al quadro, per un momento il fiato si tende. Lo sguardo si posa su una sorta di cloche. Una cloche che, giurerebbe non ha mai visto e di cui non sa assolutamente nulla.
Per quanto la situazione sia surreale, Hiroshi fa un profondo respiro. La tira. E gli viene da urlare, urlare forte qualcosa che non ha senso, non ha il minimo significato.


KOOOOTETSU JEEEEEEEGU!


GURETOOOO!!!!!





I piloti si guardano. Attraverso i caschi, un lampo negli sguardi.
Hiroshi stringe i denti. Un urlo che gli esce dalla parte più selvaggia e caotica della sua anima, che cresce pian piano, fragoroso come un terremoto imminente.


“TI GIURO CHE SARO’ PIU’ FORTE…”


“JEEEEEEEEEG!!!”


La macchina di Hiroshi taglia il traguardo. Tutto sembra perdere i propri contorni, si dissolve nel nulla.


Tetsuya stringe saldamente i comandi del Great Mazinger.
Ha ancora la bocca spalancata, sta ancora urlando…





Davanti a lui, mentre riprende fiato poco a poco, i corpi semidistrutti di gigantesche bambole Mikeros, dai capelli lunghissimi e forti come tentacoli, che tengono il suo robot immobilizzato per il collo.
A Tetsuya non ci vuole molto per riconoscerle. Sono le Pshycobear, i mostri affrontati già una volta nel Kanto, in grado di manipolare i pensieri e indurre degli allucinanti stati di ipnosi ai propri avversari.
Al pilota basta un rapido sguardo per accorgersi che, sì, lui e i suoi compagni sono ancora nel Kanto. Il Kanto che, sembrerebbe, lui e Jun sono riusciti a risparmiare dalla bomba atomica lanciata dal Gran Maresciallo Inferno in quelle che possono essere poche ore prima o una vita fa.


“AAAAAARGH!”


Con un pugno sferrato per terra, Hiroshi, ancora montato nel corpo gigantesco di Jeeg, si piega piantando le mani, artigliandole al terreno brullo e devastato della piana giapponese. L’energia elettromagnetica viene rilasciata dal suo corpo propagandosi in un urlo silenzioso di furore, investendo in pieno i corpi dei mostri Mikeros.
Sono parecchi, quasi mezza dozzina. Quando però Jeeg si rialza, con lo sguardo torvo e un sottile ringhio che riecheggia dalle sue fauci chiuse, i loro corpi completamente in tilt, le scuotono come burattini. È solo allora che dal cielo piombano Maria con Minerva X, Amon e Gaiking, urlando il nome delle proprie armi, invocando il potere che permette loro di cambiare il mondo… o quello a cui restare incatenati, perfino nel mondo illusorio che si sono lasciati alle spalle.
Tetsuya si snebbia la mente a fatica da quello che ha visto e provato.
L’attaccamento al fratello.
Ciò che prova per il Capo.
Suo padre.


Io avevo un padre…


Il suo urlo, mentre carica il Thunder Break, si unisce a quello degli altri.


“All’inizio, tu e Jun siete riusciti a portare il missile abbastanza in alto e farlo esplodere prima che distruggesse tutto. Vi ha aiutati uno dei robot al seguito della… dell’Armata Getter”
Tetsuya, zoppicante, ascolta annuendo la spiegazione di Maria, guardando con un certo sollievo nella direzione di Edo. Il tramonto ha già iniziato a tingere di rosso la piana del Kanto. Almeno, ancora per oggi, non sarà il sangue di chi vi vive.
“Poi le Psychobear hanno attaccato in massa. Erano uguali a quella che abbiamo affrontato la prima volta. Prima o poi siete entrati tutti in trance. Io credo di aver resistito solo perché… beh, credo di avere una resistenza mentale maggiore della vostra. Ho cercato di tirarvi fuori di lì”
“Nell’illusione non eri tu. Eri Ran Asuka. E comparivi e sparivi nel nulla”
Maria annuisce. “Potevo anche essere in due punti differenti allo stesso momento. Vedevo quello che succedeva a te e a Hiroshi”
Poi, la ragazza fa un sospiro appena trattenuto. “… mi vedevate come Ran perché nel vostro inconscio Ran rappresentava qualcuna che ci è stata vicina e di cui nessuno di noi si è mai fidato”


Inconscio.


Maria sa di star mentendo quando descrive se stessa perfettamente padrona della realtà illusoria creata dalle Psychobear. Ricorda il momento in cui non ha potuto fare a meno di baciare Tetsuya.


“Stanno arrivando i soccorsi dalla Base. Meglio spostarci di qui”





È il momento per i membri della Fortezza delle Scienze di incontrare i piloti e gli scienziati del misterioso Centro di Ricerche Saotome.
Maria e Sanshiro sono gli unici piloti presenti alla riunione. Tetsuya e Hiroshi sono in infermeria, non tanto in preda a shock fisici, ma a un persistente spaesamento dovuto ancora all’ipnosi dei mostri Psychobear.
I loro atteggiamenti non potrebbero essere più diversi: ancora in preda a una certa stanchezza Maria, specie per aver dovuto aiutare da sola i suoi compagni; sicuro di sé e con una vena di follia lucida Sanshiro, seduto a braccia incrociate.
Akira è in un angolo della stanza, silenzioso e tetro, più del solito.
La porta si apre.


Per primi entrano i piloti che i nostri hanno già incontrato nel futuro: Ryoma Nagare e Hayato Jin. Il primo ha un atteggiamento molto differente rispetto a ciò che i nostri ricordano: strafottente e piuttosto grezzo, non sembra avere il minimo rispetto per nessuno. Sicuramente non per gli altri piloti.
Hayato, invece, per quanto inguainato in una tuta da pilota, ha lo sguardo astuto e ben poco affidabile che i piloti della Fortezza gli hanno visto (o vedranno) nella sua veste di Direttore della Torre. Il terzo pilota, un energumeno decisamente corpulento che si presenta come Musashi Tomoe, sembra invece emozionato come un bambino. Non fa altro che stringere la mano al dottor Yumi e a informarsi sulla buona salute di Koji Kabuto. Argomento su cui, ovviamente, il Direttore della Fortezza sarebbe ben felice di glissare.
Maria non riesce a trattenere un sorriso, sorriso che si estingue in fretta a un apprezzamento piuttosto pesante di Ryoma.


Sono gli scienziati, però, a destare una maggior curiosità nei piloti della Fortezza, abituati alla compostezza dei dottori della Base.
Il responsabile della Squadra Getter, il dottor Saotome, è un individuo basso, tarchiato e decisamente sporco. Ciabattando con le sue geta di legno, inquadra perfettamente il suo pessimo carattere con il primo scambio di battute insieme a Yumi.


“Non volevo parlare con lei. Dov’è il Direttore?”
“Sono io il Direttore”, replica Yumi, aggrottando la fronte.
“Mi risultava fosse Kenzo Kabuto”


Il nome del vecchio Direttore della Fortezza, in bocca a Saotome, getta un’improvvisa glacialità su tutto il gruppo.


“Non più. È morto”, mormora Yumi, consapevole che Saotome sappia molte cose, su di loro.
La risposta dello scienziato della Squadra Getter è piuttosto sgradevole.
“Beh, questa è una dannata scocciatura. Vorrà dire che dovrò parlare con voi”


Maria non fa in tempo a fermarsi a riflettere su come molti elementi della Base avrebbero da ridire, a sentir liquidata la morte del dottor Kabuto come una scocciatura.
La sua attenzione viene immediatamente catalizzata da altre due figure dietro il professor Saotome. Anche Akira sposta il suo sguardo immediatamente su di loro, con un’attenzione che non ha riservato a nessuno dei presenti


I due scienziati che seguono Saotome hanno qualcosa di decisamente strano, che nessuno riesce a individuare. Forse il colore livido del volto di uno di loro, forse l’altezza spropositata dell’altro.
Sorridono all’unisono.


“È un onore per noi essere qui, nella famosa Fortezza delle Scienze. Non è forse così, mio caro Cowen?”
“Ma certo, mio carissimo Stinger


Il tono con cui pronunciano quello scambio di battute sembra raggelare l’aria. Akira stesso inarca le spalle, come se l’impulso di trasformarsi fosse per un momento irrefrenabile.
Maria sente il corpo ribollire.
Uno scambio veloce di sguardi tra lei e Akira.
Hanno sentito la stessa cosa. Maria mormora una sola parola, senza farsi sentire.


Vegan


Cowen e Stinger si voltano all’unisono verso di lei. Entrambi sorridono, un sorriso che non fa che provocare una smorfia, sul volto di Maria.


Yumi e Saotome, nel frattempo si mettono a discutere.
Lui e i suoi piloti raccontano e documentano di essere stati particolarmente attivi nell’anno di immersione subacquea della Fortezza delle Scienze, liberando le grandi città di Kyoto e Osaka dalle forze dei mostri Mikeros.
“… più o meno, lo stesso periodo in cui voi eravate impegnati a tenervi alla larga dai combattimenti”, ghigna Ryoma, provocando uno sguardo inferocito da parte dei combattenti della Fortezza, che mai hanno digerito la loro impotenza in quel frangente.
“Non è il caso di entrare in conflitto tra noi”, replica Yumi freddamente. Saotome annuisce, senza poter nascondere però uno sguardo divertito.
Prosegue a raccontare, dicendo che in particolar modo si sono scontrati con le Armate di Dreidow, il Generale dei Rettili. Le ostilità con il fronte di quello che dalla Squadra Getter vengono chiamate lucertole sono state particolarmente accese.
In parte, accenna Saotome (vagamente evasivo su questo punto), i conflitti con le lucertole hanno portato alla distruzione del vecchio Centro di Ricerche sul Monte Asama e al ricorrere del gruppo a una base mobile, la Kujira, una sorta di fortezza volante a forma di balena.
“Per quanto le forze di Mikeros siano state indebolite, in Giappone, restano sempre più che concentrate. Liberare Tokyo non sarà uno scherzo”, dice Saotome.
“D’altra parte – aggiunge Yumi – la liberazione di Tokyo porterebbe il colpo di grazia totale al loro esercito. Inutile nasconderlo: siamo troppo pochi per tenere a lungo i presidi che abbiamo conquistato. Tagliare la testa dell’esercito è l’unica soluzione che possiamo permetterci”


"E' tutto tempo sprecato"
La voce di Sanshiro, anche se così bassa, si insinua nella conversazione dei dottori, interrompendola.
Lo sguardo del pilota è assolutamente diverso da quello tenuto finora. Lo sguardo di un folle, acceso da un fuoco che non ha niente a che vedere con quello che cova nei cuori degli altri combattenti della Fortezza. Un fuoco malsano, febbricitante.
"L'era degli uomini sta per tramontare - mormora Sanshiro - Solo noi, gli dèi, sopravviveremo"
"Ottimo! - sbuffa Ryoma - Siete tutti così fottutamente schizzati, da queste parti?"
Hayato sbuffa una boccata di fumo, con aria di sufficienza.
Yumi resta per molti secondi in silenzio.
"Sanshiro...?"
Sanshiro scuote la testa. Nè quello sguardo nè il sorriso di prima hanno abbandonato il suo volto.
"Gaiking, dottore. Impari a chiamarmi Gaiking"


Akira non ascolta ciò che Yumi e Saotome si stanno dicendo.
I ricordi di Amon iniziano a invadere la sua mente. La memoria del demone, che di solito non concede altro che qualche fuggevole sensazione istintiva o qualche dejà-vu, si espande all’interno di quella dell’umano, con una violenza e una nitidezza senza precedenti.
Se questo sia un processo naturale o uno sforzo volontario da parte di Akira Fudo, è difficile saperlo.
Amon ricorda. Nella sua mente, si formano le frammentarie immagini di quella che sembra essere una città, antica e futuristica al tempo stesso. Una massa di lapilli sembra esplodere dappertutto nel cielo, tingendo la volta notturno di un sinistro bagliore verdastro. Una luce accecante all’orizzonte, un’enorme massa di luce in cui, appena, si riesce a percepire il contorno distorto di un volto.
Amon è in mezzo a una strada e una moltitudine di uomini corre di fianco a lui.


(Uomini? Città? Nei ricordi di Amon?, si chiede Akira, perplesso)


Alcuni di questi uomini vengono squarciati da mostri orribili a vedersi, abominevoli masse nerastre di occhi, zanne e denti in continuo mutare e ribollire. Mostri che, a volte, sembrano essere usciti direttamente dai corpi delle malcapitate vittime.
Mostri che non hanno nulla di umano e che continuano a guardarsi intorno, in una ricerca continua di nuovi corpi da aprire a pezzi.
Amon corre. Porta le mani davanti al volto. Non sono mani da demone… sono mani da umano.
Sopra di lui, il bagliore verde sembra assumere forme, forme torreggianti che devastano la città, alla luce di una luna che ha cambiato drasticamente colore…


“La luna diventerà rossa”, mormora Akira, catalizzando immediatamente l’attenzione di tutti i presenti nella sala.
Resta per un attimo in silenzio, sempre con lo sguardo rivolto verso il basso.
“La luna diventerà rossa… loro arriveranno sulla Terra e uccideranno tutti. Umani, demoni, Mikeros… nessuno di noi terrestri si salverà”
Ryoma fa un sorriso sprezzante. “Bello… un’altra fantastica profezia”
Lo sguardo di Saotome si aggrotta.
“Quando dici loro, intendi…?”, chiede Yumi, che ha invece un’espressione decisamente turbata.
“Sì. Quelli che chiamate Vegan. Sono già venuti una volta”
Lo sguardo di Akira passa in rassegna ognuno dei presenti in sala. Yumi e Maria, che hanno l’espressione di sapere benissimo ciò di cui si sta parlando, Saotome che maschera con una finta indifferenza il suo interesse, Ryoma e Hayato, sulle cui facce aleggia la solita noncurante strafottenza, e infine Sanshiro, che non sembra fare altro che aspettare con impazienza i tempi terribili che il Devilman sta profetizzando.
“Questa guerra con Mikeros – riprende Akira a bassa voce – non farà altro che indebolirci e aprire la strada a loro. Verremo estinti, quando sarà il momento”
“Beh, che dovremmo fare? Alziamo bandiera bianca con questi mostri, invece? Quelli che stiamo combattendo?”
Akira sembra ignorare il commento ironico di Ryoma, rivolgendosi direttamente a Yumi.
“Devo partire. Avete detto che ci sono nostri simili, in Inghilterra. Sarà un buon posto da cui cominciare. Raccoglierò più demoni possibile e cercherò di convincerli della gravità di quello che ci aspetta. E, se sarò fortunato, troverò anche Ryo”
Cowen e Stinger fanno un sorriso divertito. In sincrono.
“Sono già tra voi! – ringhia Akira indicandoli senza troppi complimenti, con la voce sempre più simile a quella di Amon – Dovete accorgervene, prima che ci prendano tutti! Dovete eliminarli!”
Nessuno dice nulla.
Saotome sembra affatto impressionato dalle parole del Devilman. Yumi troppo imbavagliato diplomaticamente per procedere a una qualunque azione o accusa contro i due collaboratori di un alleato di cui hanno disperatamente bisogno. Tra i piloti, l’unica in cui l’uomo diavolo legge una vera consapevolezza di quello che sta succedendo è proprio Maria.
Il sorriso di Cowen e Stinger non sembra accennare a sparire. Anzi, si fa ancora più accentuato, sfidando chiunque a muoversi in qualunque direzione.
“Non mi ascolterete, lo so”, ringhia Amon, facendo per uscire dalla stanza.
Maria, immediatamente si alza a raggiungerlo, uscendo a sua volta.


“Aspetta!”
Nel corridoio, Akira si volta a fronteggiarla.
I due si guardano a lungo. C’è una strana espressione sul volto di Maria: una sorta di rassegnazione mista ai residui di una profonda paura.
La ragazza impiega qualche secondo per dar voce a una domanda che non vorrebbe davvero fare.


“Sei quello che capisce di più questa situazione. Lo so”
Akira aggrotta la fronte, aspettandosi il seguito del discorso.
Con il corpo che ha appena preso a tremare, Maria alza gli occhi e li punta direttamente sui suoi. “Per te cosa… cosa dovrei fare io?”
L’uomo diavolo resta per parecchio tempo senza dire nulla. Guarda Maria intensamente, e la sua voce resta bassa, incolore.





“Suicidati. Se vuoi risparmiarti dolore, ucciditi prima che quella cosa dentro di te sia già abbastanza sviluppata. Non c’è altro… nient’altro che tu possa fare”
Maria china la testa, chiudendo gli occhi e respirando profondamente.
“Beh… grazie… grazie per la sincerità, suppongo”, mormora, cercando di far sì che la sua voce non esca spezzata come al momento sente spezzate tutte le sue speranze.


Quando rialza la testa verso di lui, Akira già non c’è più.
C’è lei e nessun altro, nel corridoio.


Sola.

lunedì, ottobre 29, 2007

42: il segreto dell'Impero Jamatai




La mappa tattica inquadra la zona del Kyushu. Un puntino luminoso brilla con un intermittenza continua e irritante.
“Questa è la zona in cui Tetsuya è scomparso – spiega Yumi, a tutti i piloti riuniti subito dopo la pesante battaglia appena combattuta – Ipotizziamo che, non appena è stata oltrepassata la coltre di nebbia del Kyushu, ogni comunicazione sia saltata”
Spegne la mappa.
“Per quanto possiamo sperare che Tetsuya abbia trovato un accordo con Daisuke, non dobbiamo dimenticare che l’Impero Jamatai è potenzialmente ostile. Tetsuya è in pericolo finché si trova nel loro territorio, soprattutto senza alcun modo di comunicare con la Fortezza. Verrà immediatamente formata una squadra di recupero”
“Possiamo andare io, Amon e Sanshiro. Così, Maria potrà lavorare con Grace per scoprire dov’è Koji”, suggerisce Hiroshi.
“Maria verrà con voi. La priorità assoluta, adesso, è ritrovare Tetsuya”


“E Koji? – sbotta Hiroshi, spezzando completamente il silenzio – Non dovremmo pensare anche a Koji?”
La sua voce lascia tutti i piloti senza parole. Come al solito, Hiroshi non ha fatto altro che dare voce a ciò che pensano molti di loro.
Yumi smette di parlare e il suo sguardo si punta sul cyborg. “Non abbiamo tempo di cercarlo, adesso”
“COSA? Ho sentito bene? Non abbiamo tempo di cercare quello che è stato il suo pupillo finora e che è formalmente il capo dell’Armata Mazinger?”
“Che stai dicendo, papà? Stai dando i numeri?”, gli fa eco Sayaka, imporporandosi immediatamente in viso.
Il volto di Yumi, per quanto incupito, non accenna a cambiare minimamente d’espressione, nemmeno alle parole della figlia. “Non sappiamo dov’è Koji. Non sappiamo cosa stia facendo e non sappiamo se sia vivo…”
“Lo è! Quante volte glielo devo ripetere? Ho tenuto il suo Pilder tra le mani, ho visto…”“Questo non significa nulla, Hiroshi. Non abbiamo un punto di partenza per cercare Koji”, lo interrompe freddamente lo scienziato.
Maria si schiarisce leggermente la voce. “Dottore, io le ho già detto che potrei…”
Yumi scuote la testa. “IL punto non è questo. Il punto è che Tetsuya è scomparso da diverse ore, da solo, in una zona invasa da creature che tuttora sono a tutti gli effetti nostri nemici. Non possiamo ignorarlo. E, a differenza di Koji, non abbiamo dubbi su dove cercare”
“Ma basterebbe mandarne alcuni di noi a cercare Tetsuya. Gli altri potrebbero continuare a cercare Koji”, ribadisce ostinatamente Hiroshi.
“L’unica persona che ha una qualche speranza di trovare Koji è Maria, coi suoi poteri mentali. Ma Maria deve venire con voi. Se ci sarà da trattare con Daisuke per un’eventuale liberazione di Tetsuya, è quella tra chiunque di voi più adatta”
“Ma lei vuoleritrovare Koji?”, ringhia Hiroshi, esasperato.
“Hiroshi, io voglio bene a Koji come fosse figlio mio. Ma non posso sacrificare un altro membro dell’Armata al suo posto, renditene conto!”
“SMETTILA! – urla Sayaka, ormai completamente fuori di sé – E’ questa la gratitudine che hai per lui? Per tutte le volte che ha combattuto per te? INTENDI ABBANDONARLO?”
“Sayaka, io non ho detto che…”
Sayaka prende su il suo casco, facendo per andarsene. “Papà… se tu non hai il coraggio di cercarlo, lo faccio io. Fine della questione”
“Sayaka, non…”
Troppo tardi. L’irruente ragazza esce dalla sala, senza ascoltare altro.
Un velo di imbarazzo torna a coprire tutta la sala, spezzata solo dal ghignare di Amon, che sembra starsi godendo un mucchio la scena.
“Nato per comandare, eh?”
“Avete avuto i miei ordini. Partenza tra pochi minuti”, replica gelidamente Yumi, congedando tutti quanti.





Il Kyushu appare ai piloti in missione come un’immensa nuvola grigiastra e malsana, che si pianta nelle profondità del terreno, avvolgendo l’intera regione giapponese in una cupola livida.
“I sistemi di comunicazione stanno saltando”, avverte Sanshiro, facendo dei continui controllo sul quadro comandi del Gaiking.
“Confermo – annuisce Miwa con Hiroshi a fianco, provando una comunicazione dal Big Shooter – Funzionano solo quelli a breve raggio, anche se presentano segni di disturbo. Tra poco non potremo contare più nemmeno su quelli. Il Great Mazinger non risponde ad alcun segnale”
“Provo una comunicazione mentale con Tetsuya”, li interrompe Maria.
I piloti restano, in volo, per qualche istante in attesa di uno sviluppo positivo. Quando Maria si fa sentire nuovamente, l’esito è però tutt’altro rispetto a quello sperato.
“Niente”, dice rassegnata la telepate.
“Dev’essere questa dannata nuvola che interferisce con tutto”, mormora cupamente Hiroshi.
Amon, che non ha bisogno di alcuna comunicazione (e che del resto non potrebbe averne, non pilotando un robot), scopre i denti i un ghigno divertito e, dispiegando ancor più le ali, plana tuffandosi direttamente in mezzo alle nuvole.


Maria fa un ultimo disperato tentativo di sondare la zona.
In realtà non sta più cercando Tetsuya.
Lentamente, i suoi poteri mentali si sforzano di bucare la cortina impenetrabile per arrivare a una mente particolare. Una mente aggrovigliata nell’oscurità, nel rimorso e nella solitudine. Una mente che ha imparato a conoscere bene.


Daisuke.


Daisuke, abbiamo bisogno di parlarti adesso.


La mente del pilota di Grendizer ha sentito, di questo Maria ne è sicura. La sente cercare di sbrogliarsi, di rendersi più lineare per riuscire a comunicare, di nascondere quelle parti che evidenziano una chiara debolezza.


- Maria, ero stato chiaro. Ci saremmo rivisti durante lo scontro con il Generale Nero, non prima.
- Dov’è Tetsuya?

La conversazione mentale viene interrotta bruscamente. Maria, imbracata nel vano di pilotaggio di Minerva X impreca sottovoce, rimpiangendo il Duke Fleed del futuro, molto più cupo ma anche più facile da trattare.






“Hiroshi… c’è qualcosa di… di sbagliato, qui. Qualcosa di malefico”
Miwa lo dice restando ancora concentrata sulla rotta da seguire, a mezza voce. Hiroshi fa un sorriso intenerito. Un sorriso che non sembra avere nulla a che spartire con il demone d’acciaio che combatte così furiosamente in battaglia.
“Micci, non preoccuparti. Vedrai che riusciremo a cavarcela, qualsiasi cosa succeda. Solo, promettimi di andartene verso la Fortezza, dovesse succedere qualcosa”
“Sai che non posso promettertelo”
Hiroshi la guarda per qualche istante. Poi il suo sorriso si allarga. “Lo so”


Le impressioni di Miwa non possono che contagiare tutti e quattro i membri in missione dell’Armata Mazinger.
Il Kyushu non è esattamente come nessuno di loro ricordava. La terra sembra essersi sventrata per i continui scontri, in un ingrigito panorama di palazzi divelti e autostrade spaccate, completamente invase dalla vegetazione. All’orizzonte, sembrano esserci monti, piccoli ma visibili, di cui nessuno ricordava la presenza. Ognuna di quelle cime ha qualcosa di strano, quasi fossero una presenza viva, in continuo ascolto, in continua sorveglianza…
I cadaveri dei mostri Mikeros sono impalati ai tetti delle case, ai pali della luce rimasti in piedi. Macabri trofei le cui parti organiche vengono lasciate a marcire, e quelle cibernetiche ancora mandano sprazzi incontrollati di elettricità. Ai loro piedi, Spiriti Haniwa caduti e soldati di entrambi gli schieramenti abbandonati gli uni sugli altri, le armi ancora strette in mano.
Ma soprattutto, a lasciare sgomenti i nostri, sono le statuette funerarie Haniwa lasciate dappertutto. Anche queste sembrano sentinelle, impietrite in uno scrutare silenzioso e costante. A Maria e Hiroshi, i più “anziani” della squadriglia, viene immediatamente in mente la prima volta che videro un paesaggio simile, poco prima di abbandonare il Giappone, in un’isoletta poco lontana dalla costa nipponica in cui si erano insediati. L’isola in cui ascoltarono il Ministro Amaso parlare per conto della Regina Himika e proporre la prima alleanza contro il futuro avvento dei Vegan. Ora, quei giorni sembrano fin troppo lontani, ed è con la massima circospezione che i nostri si avventurano in una parte di Giappone ai loro occhi palesemente stregata.





Amon è il primo ad arrivare e scendere. Mentre ripiega le ali, si guarda intorno, completamente circondato dalle sinistre statuette funerarie.
Lento, cammina alzando nuvolosi di polvere attorno a se, con gli occhi che gli saettano da una direzione all’altra.
C’è qualcosa di familiare, sì, ma non saprebbe dire cosa. Un’odore, forse, o più probabilmente qualcosa di epidermico, uno strano formicolio che appartiene molto più alla sfera dell’istinto che a quella dei sensi.
Quando il suo volto scatta verso la gigantesca sagoma di Yamata No Orochi, lontano, all’orizzonte, capisce che quella sensazione viene proprio da lì. E quando capisce cos’è, gli occhi si spalancano per lo stupore.
“Questo… questo NON E’ POSSIBILE!”
Gli altri piloti sono ancora troppo lontano, fuori dalla coltre di nubi.
Amon continua a guardare sgomento verso Yamata No Orochi, senza riuscire a capacitarsi di quello che sta sentendo. La spiegazione di quella strana sensazione d’essere tornato a casa.
Le sagome dei robot iniziano a intravedersi nella nebbia, e Amon sa che non è con loro che può condividere i propri sospetti.
Aprendo di colpo le ali, vola rasoterra il più veloce possibile, proprio mentre a sua volta anche Jeeg atterra bruscamente per terra, già in forma di robot.
“AMON! DOVE VAI?”
L’urlo di Hiroshi si perde nella nebbia, facendo da contrappunto al sibilo delle ali del Devilman che fendono l’aria.
L’eco si spegne. I piloti dell’Armata Mazinger sembrano completamente soli.


Jeeg raccoglie una di quelle statue Haniwa tutt’intorno.
Per lunghi minuti, ne tiene una in mano, fissandola attentamente, restando assolutamente immobile. È come se cercasse una risposta che non arriva.
“Hiroshi…”, mormora Miwa dal Big Shooter.
La mano di Jeeg si chiude sulla statua, spaccandola di netto. Il vento si fa leggermente più forte mentre tutte le altre ricominciano a vibrare.
Il robot d’acciaio fa cadere per terra i cocci, restando guardingo e fissandosi attorno. Lentamente, anch’essi si muovono tornando a riformare la statuetta di prima.





“Micci, resta qui in zona. Noi ci spostiamo verso Yamata No Orochi”, mormora il robot d’acciaio.
“Io vengo con voi, Hiroshi!”
Da Minerva X, arriva la voce di Maria. “Miwa, se ci succede qualcosa è bene che qualcuno corra ad avvertire la Fortezza, visto che le comunicazioni qui sono disturbate”
Miwa resta in silenzio per qualche istante. “Va bene”, sospira poi.
Gaiking, Minerva X e Jeeg si inoltrano nel disastrato territorio Jamatai. Anche gli animali sembrano innervositi e pochi. Quando passano, stormi di uccelli si alzano in volo, terrorizzati.
Gli Spiriti Haniwa cominciano a farsi più frequenti, via via che avanzano. Sono sempre di più, e il loro sguardo si posa sui robot all’unisono del vibrare delle statuette funerarie, sempre più ronzante e sempre più ossessivo.
Tuttavia nessuno sembra volerli attaccare. Come trattenuti da qualche forza superiore, i mostri lasciano passare i robot, che continuano a muoversi guardinghi e pronti alle peggiori eventualità.
Si fermano solo ai piedi della gigantesca ammiraglia dell’Impero Jamatai, in una valle in cui case, palazzi e ogni forma di vita umana è stata completamente sradicata.
Il Great Mazinger è vicino a loro, apparentemente illeso: una breve e tranquilla comunicazione di Tsurugi spiega di essere stato coinvolto nell’attacco in forze del Gran Maresciallo Inferno e, per questo, di non essere ancora riuscito a tornare alla base.
Ma l’attenzione dei piloti è in gran parte rivolta verso la scena che si sta consumando sulla sommità di Yamata No Orochi. Amon è davanti alla Regina Himika e Duke Fleed, circondati da Flora e dai tre Ministri.


Le labbra di Himika si piegano in un sorriso.
“E’ da molto che non ci vediamo, Amon, Massacratore dei Demoni. E non in questa forma”
Il sorriso con cui risponde il Devilman è un arricciarsi delle labbra, che scopre ancor più le zanne.
“Io non mi ricordo di te, Regina. Ma so che siamo simili… quasi tutti”, aggiunge, fissando Duke Fleed.
“Un umano si è fuso quindi al tuo corpo, Amon?”


La domanda di Himika lascia di ghiaccio i piloti dell’Armata Mazinger.
“E’ una Devilman anche lei?”, chiede interdetto Hiroshi.
Maria li fissa a occhi spalancati. “Lei… la donna… i tre ministri… sono tutti dei Devilmen, a parte Daisuke e i loro mostri”
Gli sguardi dei piloti tradiscono lo stesso pensiero. Se così fosse, l’idea che i Devilmen non sono altro che sperimentazioni della Human Alliance sarebbe assolutamente falsa. E forse sarebbe giusta invece quella raccontata da Amon stesso. Forse i Devilmen hanno veramente il diavolo come progenitore.


“Akira Fudo è stato molto coraggioso”, ghigna Amon, rispondendo alla domanda.
“Anche la Regina Himiko, molti secoli fa, lo è stata. Ma anche piuttosto stupida e avventata, come lo sono tutti gli esseri umani”, sussurra Himika.
I Ministri non cessano di distogliere gli occhi dai robot dell’Armata. Jeeg è convinto che uno di loro, un gigantesco guerriero con metà volto sfigurato, sussurri una parola al suo indirizzo.
Abominio


“Tu chi sei, invece?”, ringhia Amon a Daisuke.
Col volto nascosto dall’elmo, l’atteggiamento del ragazzo sembra improntato a una freddezza totale, di chi ha già visto ormai fin troppi orrori per lasciarsi terrorizzare da qualcuno in più.
“Il mio nome è Duke Fleed”, risponde senza scomporsi.
“E’ il nostro Principe. Colui che ci guiderà nella guerra contro chi ci ha invaso troppo tempo fa”, aggiunge compiaciuta Himika, rivolgendo uno sguardo indecifrabile ad Amon.
Per quanto il primo impulso del Devilman sia tutt’altro che mostrare rispetto, una percezione del tutto istintiva gli fa capire quanto ciò che stia dicendo Himika è la verità. C’è qualcosa di strano nell’uomo che ha di fronte, qualcosa che nemmeno lui riesce a spiegarsi.
La sua voce cupa rimbomba per tutta la vallata in cui i nostri eroi, del tutto raggelati dalla situazione, non possono fare altro che guardare.


“Non sono abituato a inginocchiarmi, Principe. Ti propongo un patto, però. Io schiererò davanti a te e ai tuoi ordini il più grande esercito di demoni, contro i nostri Invasori”
La risata cristallina e crudele di Himika li interrompe per un istante. “Attento, Massacratore dei demoni. I nostri invasori sono molti… e non provengono tutti dallo spazio”, sibila, lanciando uno sguardo significativo agli umani dell’Armata Mazinger.
“Qualunque invasore intendi”, specifica con un ghigno Amon.
Uno dei pugni del Great Mazinger si chiude, in preda alla rabbia. Anche gli altri robot tendono i loro muscoli di ferro e acciaio in un nervosismo crescente, che potrebbe sfociare in un attacco da un momento all’altro.
“E in cambio cosa vuoi?”, chiede Daisuke.
“Voglio il tuo aiuto e quello dei tuoi nel rintracciare una persona… che mi deve… molte… spiegazioni. Il suo nome è Ryo Asuka”


“TI HO GIA’ DETTO CHE IO METTERO’ LE MANI SU ASUKA”


La voce di Minerva X risuona attraverso tutta la valle.
“Tu non hai voce in capitolo, umana”, replica freddamente Himika.
Anche Daisuke resta a guardarla per un lungo momento. Poi guarda Amon. “Accetto”, dice seccamente.


L’atmosfera che si respira è surreale. Amon, ghignante, che stringe la mano a Daisuke. I ministri di Himika che osservano la scena, chi con un’ espressione soddisfatta, chi palesemente scontenta e poi la Regina stessa, che osserva compiaciuta ciò che sta succedendo e divertita lo sgomento dei piloti.
Maria ricambia quello sguardo con odio.
L’unica sua consolazione è che, quel mostro che tratta gli esseri umani con un tale disprezzo, nel futuro verrà detronizzata e costretta a fondersi proprio con un’umana.
Mentre quel poco di sole accende riflessi sinistri sugli artigli di Minerva X, Maria sente nascere una rabbia enorme dentro il suo corpo. Vedere quella corte di mostri che stringe patti, vedere nella stessa situazione il “fratello” a cui – nel futuro – si sentiva legata e che aveva rivalutato. Gli artigli di Minerva si stringono per un moto di frustrazione e furore.
Tutto quel risentimento, però, non è solo di Maria.
La ragazza si accorge che anche il suo ospite alieno, per qualche strana ragione, sta reagendo malissimo a quello che succede. Qualcosa sembra premerle dall’interno del corpo, cercando una strada per uscire, per squarciare la pelle e prendere il controllo della situazione. Proprio come, nelle caverne di Fleed, Hiroshi ha perso il controllo della sua seconda trasformazione e ha cercato di attaccarla, proprio come…
Senza preavviso, Minerva X si libra in aria, con tutta la velocità possibile, sfondando la coltre di nubi che opprime l’orizzonte del Kyushu da ogni parte. Si rende conto che rimanere lì, le farà perdere il controllo, porterà a qualcosa di terribile.
Il cielo azzurro invade l’orizzonte di Maria, quando esce fuori dall’area maledetta da Himika. Per un attimo, la ragazza può tornare a respirare.
Ma è un sollievo che dura molto poco.





Dura fino a una comunicazione del dottor Yumi.
“Maria! Finalmente riceviamo qualcuno di voi! Siamo in piena emergenza… è appena arrivato questo messaggio”
Sui monitor tutt’intorno all’imbracatura di Maria, dentro il suo robot, viene trasmessa una registrazione di appena un minuto prima.
Sullo schermo c’è un volto che ha visto solo una volta, ma che ha già ampiamente imparato a odiare. Il Gran Maresciallo Inferno.





“Quindi non eravate morti. Me ne rammarico molto. Io non sono il Grande Generale Nero, non mi interessa duellare con voi. Voglio solo uccidervi tutti quanti, mi comprenderete. È per questo che ho deciso di sganciare quattro testate nucleari su di voi. Una sulla Fortezza delle Scienze, una sulla base dei vostri alleati coreani. Una sui traditori del Drago Spaziale. Una verso quei pochi umani rimasti in Giappone. E se vi sto dicendo tutto questo, signori, è perché i missili sono stati lanciati pochi minuti fa e francamente non credo avrete il tempo di…”
Maria non lascia concludere la frase, tuffandosi tra le nubi del Kyushu per comunicare agli altri la situazione.


Mentre Maria passa concitatamente le immagini del messaggio ai suoi compagni di squadra, Himika socchiude gli occhi, come in ascolto di qualcosa.
“Non è tutto. Stanno arrivando anche qui, Principe. Arrivano con la loro ammiraglia e uno dei loro Generali per cercare di sottometterci”, dice la Regina, a voce appena percettibile, senza curarsi troppo di essere udita anche dagli altri.
Daisuke resta in silenzio, rimuginando le sue decisioni. Rivolge lo sguardo, reso inespressivo dal casco verso i suoi vecchi compagni dell’Armata Mazinger, che già si stanno smobilitando per andare, e i dignitari del regno Jamatai, che aspettano la sua scelta.
Il cielo livido e carico dell’elettricità della battaglia imminente, rende la sua figura ancora più enigmatica e tenebrosa.
“Salirò a bordo di Grendizer – dice risolutamente – e scaccerò gli invasori Mikeros dalle mie terre”
Il sorriso soddisfatto di Himika si fa più largo, tingendosi di una palese ironia nell’incrociare le sagome degli altri robot dell’Armata, paralizzati da quella scelta.
“Cane bastardo, c’è della gente che morirà, per quelle bombe!”, ruggisce Jeeg.
“Anche qui moriranno delle persone, se non sarò qui a difenderle. Ed è questa la mia gente, ora”, risponde freddamente Daisuke, con un tono molto simile a quello che il sinistro Duke Fleed, che i nostri hanno visto nel futuro, usava. Per ribadire concetti molto simili.
Per un momento, Hiroshi è seriamente tentato di ucciderlo sul posto, schiacciarlo come – tempo prima – Mazinger Z schiacciò a Yoshida il Duca Gorgon. Poi si volta, deciso a non perdere tempo, e corre verso il punto in cui Miwa sta ancora aspettando con il Big Shooter.
“SCRANDER DASH!”, urla Tetsuya, dirigendosi immediatamente verso il Kanto, deciso a proteggere la comunità di Edo a ogni costo.
Immediatamente, Jun si libra al suo fianco con Venus Alpha.


Amon lancia un’occhiata a Minerva.
“I tuoi saranno in pericolo… meglio sbrigarsi”
Poi si rivolge a Himika. “Avremo bisogno di una parte dei tuoi spiriti Haniwa, per fermare quest’emergenza”
La risposta della Regina è una cristallina, gelida risata. “I miei spiriti rimarranno a combattere la Fortezza Mikeros e chiunque uscirà di lì. Da quando hanno cominciato a interessarci gli umani, Massacratore dell’Inferno?”
“Sono umani con cui ho fatto un patto. E io sono di parola”, risponde risolutamente Amon, con i nervi che si tendono dalla rabbia.
“Che muoiano tutti – risponde con un sorriso amabile Himika – sarà certamente meglio per tutti noi. Adesso abbiamo tutto ciò di cui c’è bisogno per far sopravvivere la nostra specie”
Le zanne di Amon si digrignano in un ringhio cavernoso. “Non ti conviene avermi come nemico”
Mimashi, uno dei ministri di Himika fa prontamente un passo in avanti, ma la Regina lo ferma con un solo gesto, continuando a fissare Amon.
“Devo temerti, servitore degli umani?”
Gli occhi di Amon si infiammano. Il sorriso crudele di Himika si fa proporzionalmente più accentuato.
“Non più di dieci dei miei Spiriti, i più feriti. In battaglia non ci sarebbero utili comunque”
Amon non commenta. Spalanca le ali e a guarda l’insignificante esercito che Himika ha concesso di mandare.
“Ci rivedremo, Himika”
La donna fa un ultimo sogghigno. “Molto prima di quanto tu non creda”.
Sanshiro, dal suo Gaiking, osserva cupamente i suoi compagni allontanarsi. Poi, vola al massimo della velocità verso il Drago Spaziale.





Sopra le coste della Corea lontano dalla Fortezza delle Scienze, Miwa manda una comunicazione a Jeeg, appollaiato proprio sopra il Big Shooter. Entrambi sono dietro la scia del missile puntato contro Incredibile Power, la base dell’Armata Taekwon V.
“Hiroshi… io…”
Jeeg guarda preoccupato il missile, che sta per abbattersi contro la costa coreana. “Non preoccuparti. Andrà… - la voce sembra smorzarsi, per un momento – andrà tutto bene”
Miwa lascia aperta la comunicazione, senza aggiungere nulla.
Scuotendo la testa, per scacciare ogni pensiero, Jeeg si lancia dal Big Shooter. Il missile è proprio sotto di lui. Per quanto sembri facile afferrarlo solo allungando le mani, Hiroshi sa benissimo che un solo, minuscolo errore, comporterà un disastro per lui e per centinaia di persone. Allunga le braccia. Potesse chiudere gli occhi, quegli enormi occhi sempre aperti nel suo volto metallico, lo farebbe adesso, mentre la caduta libera lo schiaccia inesorabilmente verso terra, e la testata gli sfreccia di fianco.
Una mano artiglia la fiancata del missile. Per un millesimo di secondo che resta eterno, il robot d’acciaio resta in questa posizione, appeso e ciondolante. Poi, con uno sforzo perfino per il suo corpo da robot, si arrampica fino a stare a cavalcioni sulla testata.
Ed è qui che si trova davanti a un orrore che mai si sarebbe aspettato. Fusi al missile, come le parti organiche dei mostri di Mikeros, ci sono decine di bambini piangenti, i figli e le figlie dei prigionieri del Maresciallo Inferno. Distruggere il missile significa ucciderli.
Hiroshi resta senza riuscire a parlare per alcuni, preziosi secondi. La voce odiosa e trionfante del Maresciallo Inferno risuona nelle sue orecchie, e in quelle di tutti i piloti, attraverso i canali di comunicazione.


E ora cosa farai, Armata Mazinger?


Freneticamente, chiudendo gli occhi e consolandosi in maniera amara con la consapevolezza che quei bambini sono già morti, Jeeg comincia a cercare di disfare la testata, distruggerla.
“Padre – mormora a se stesso – vediamo se sono immortale come dicevi…”


La gigantesca sagoma della Fortezza Mikeros comincia a intravedersi tra le nuvole del Kyushu. La luce, che traspare dalle decine di facce urlanti scolpite lungo tutta la sua fiancata, è l’unica cosa che la fa distinguere dal grigiore circostante.
I draghi di Yamata No Orochi stridono tutti insieme, pregustando già lo scontro.
Himika, sulla piattaforma più alta della sua corazzata, stringe l’ascia bipenne tra le mani, con un cupo sorriso sul volto.





“Sono stanca dell’arroganza di questi giocattoli creati dagli umani. IKIMA!, AMASO!, MIMASHI!… distruggiamo la loro nave una volta per tutte!”


Amaso risponde con un animalesco urlo di trionfo. Mimashi sfila lentamente lo spadone e guarda con un ghigno crudele il suo avversario. Ikima, a braccia conserte non sembra lasciarsi andare ad alcuna emozione.
“State attenti. Mikeros è pericolosa”, comunica loro Daisuke, dal Grendizer.
Mimashi si volta con rabbia verso il robot, non riuscendo a nascondere il naturale disprezzo che prova per un Principe che non ha mai riconosciuto come tale.
“Voi piuttosto fate attenzione… di certo non vorremmo che vi accadesse qualcosa di male”, sussurra, con la voce appesantita dal veleno.
“So badare a me stesso”, dice a voce bassa Duke Fleed. “DIZER! GO!”, urla, partendo all’attacco insieme allo spirito Haniwa controllato da Flora.





I tre ministri fanno crescere in maniera spropositata le proprie dimensioni, esattamente come Amon, nell’hangar del Great Mazinger solo poche ore prima.
La piattaforma volante su cui si muovono, un gigantesco manufatto funebre dell’epoca Yamatai, dalla forma di croce, si dirige veloce contro Mikeros, precedendo di poco Yamata No Orochi.


“IN NOME DI HIMIKA-SAMA!”


La prima bordata di raggi da Mikeros scuote la piattaforma. Con un ruggito di determinazione, i tre ministri di Himika vi si tengono aggrappati.
Poi, tutti e tre aprono gli occhi, facendovi uscire all’unisono un fascio di laser che colpiscono pesantemente una delle facce di Mikeros.
Sotto, lo scenario di guerra che nessuno dell’Armata Mazinger avrebbe forse mai potuto prevedere: gli Spiriti Haniwa e i mostri Mikeros si danno battaglia senza esclusione di colpi, segnando il punto di non ritorno nel conflitto tra le due mostruose etnie. Dove i mostri di Mikeros sono più letali, meglio armati, gli spiriti Haniwa si fondono al paesaggio, vengono inghiottiti dalla terra per rispuntare alle spalle dei loro avversari. Ibridi tecnologici e mostri ancestrali si scontrano in una battaglia campale per decidere chi avrà il privilegio di governare il Kyushu.


La possente figura di Mimashi si erge in tutta la sua altezza, puntando la spada verso il cielo e poi verso la Fortezza Mikeros, scatenandovi un’onda d’urto di energia.
Amaso ride istericamente. “E’ il mio turno!”
Salta addosso alla corazzata nemica, incurante delle batterie di missili che gli vengono sparate contro. Anche Ikima, per puro spirito di competizione, decide di seguirlo in quello che ai suoi occhi appare come una prova di coraggio.





Mentre i raggi sparati dalle facce di Mikeros continuano a colpire la piattaforma su cui ormai solo Mimashi sta ancora ancorato, i missili a ricerca colpiscono sia Ikima (impegnato a tranciare a colpi di spada i mostri che stanno uscendo in difesa della corazzata) che Amaso, che morde la carena della nave strappandola con la forza delle zanne, come un animale rabbioso.
Himika, nella piattaforma di Yamata No Orochi, pianta l’ascia bipenne per terra, guardando la nave nemica e stringendo gli occhi. Un colossale simbolo del Tao compare proprio sopra Mikeros, sparando una pioggia di fulmini neri che la danneggiano gravemente.





Sotto di loro, un’altra testa di drago stride dal furore, urlando tutta la sua rabbia.
Grendizer è davanti quelle fauci che si protendono in avanti, pregustando il momento di farlo a pezzi.
“Generale Dreidow… a noi due”, mormora cupamente Duke Fleed. Lo spirito Haniwa di Flora scalpita al suo fianco.
La faccia umana di Dreidow sorride, con disprezzo. “Tradire l’Impero di Mikeros sarà ciò che tu e la tua gente rimpiangerete in eterno".


Lo spirito Haniwa di Flora si lancia al galoppo verso il Generale Dreidow, colpendolo con la sua micidiale trivella. Il Generale subisce un contraccolpo all’indietro e, mentre la testa da umano ringhia di dolore, la testa di drago cerca di chiudere le sue fauci sull’avversario. Un colpo di Screw Smasher Punch lo coglie alla sprovvista, costringendolo a concentrarsi nuovamente su Grendizer.
Gli occhi dell’UFO Robot si accendono di una luce sinistra, e i boomerang sulle sue spalle si illuminano a loro volta in maniera accecante, prima di venire sparati contro il comandante delle forze dei rettili.
Un sibilo, poi due squarci si aprono sulla sua corazza.
Totalmente infuriato, gli occhi da drago di Dreidow si rivolgono completamente verso Grendizer.
“Sono io il tuo avversario”, afferma freddamente Daisuke al suo interno. Poi le lame degli Shoulder Boomerang ritornano verso il robot.
“DOUBLE HARKEN!”
Nella nebbia opprimente, per un momento l’unica sagoma è quella nera di Grendizer, con la lucente alabarda stretta tra le mani. Dreidow e Grendizer si guardano per un istante, prima di gettarsi uno contro l’altro.
Un colpo di Double Harken squarcia il petto del Generale, pur senza metterlo fuori combattimento. Le fauci di Dreidow si chiudono su una spalla del robot, incrinandone pesantemente la corazza. Lo spirito Haniwa di Flora spara alcuni missili per distrarre l’avversario di Daisuke, che vanno a esplodere sulla corazza del Generale, spostandolo pesantemente di lato.





Infuriata, la testa di drago si volta verso di lei. Spalanca le fauci. Una colonna di fuoco viene sparata fuori dalla sua gola, investendo completamente lo spirito Haniwa, e facendolo crollare momentaneamente per terra.
Per Flora, connessa mente e anima al suo spirito, il dolore è insopportabile. Come se lei stessa venisse arsa viva, si toglie elmo e divisa, rotolandosi in terra, urlante.





Le carni dello spirito Haniwa vengono consumate e, mentre si rialza tra le fiamme, il bianco delle ossa ha lasciato posto alla pelle, ai muscoli. Flora stessa, con un intenso sforzo di volontà, cerca di farlo muovere nonostante la sofferenza insopportabile che la fiammata di Dreidow le sta arrecando.
L’altra fiammata è per Grendizer. Il robot riesce prontamente a farsi scudo con le braccia ma, nonostante questo, il calore delle fiamme dentro l’abitacolo del pilota si fa assolutamente insopportabile.
Grendizer e lo spirito Haniwa di Flora si lanciano in un attacco combinato: il raggio dello scheletrico pegaso si unisce allo Space Thunder del robot. L’attacco riesce a interrompere l’attacco di Dreidow, che però, con un morso, stacca di netto un braccio a Grendizer.
Daisuke, nell’abitacolo, trattiene un urlo.
“Principe!”, mormora Flora. Poi anche il suo respiro si strozza quando una debole luminescenza inizia ad avvolgere il braccio dell’UFO Robot.
Anche gli occhi di Dreidow si stringono.


Il braccio di Grendizer si sta rigenerando.




“AAAARGH!”





Jeeg alimenta il suo campo magnetico, cercando di espanderlo il più possibile per far andare in tilt le strumentazioni del missile. Alle sue urla, si agganciano quelle di tutte le povere vittime costrette a finire la propria vita per la crudeltà del Maresciallo Inferno.
Il suolo si fa sempre più vicino.
La voce di Miwa, al comunicatore, diventa flebile, a malapena intelligibile.
Hiroshi…
Hiroshi vorrebbe dire a Miwa di scappare da lì, mettersi in salvo. Ma la sua voce è schiacciata dalla velocità insostenibile con cui il missile sta precipitando e dalla paura di non farcela.
Una sola consolazione, mentre chiude gli occhi. Quelli di suo padre, sulla sua immortalità, sul suo dover divenire un nuovo dio magnetico, erano solo deliri.
Con il volto di Miwa impresso nella mente, Hiroshi attende il suo destino.


La torma di mostri che circonda il missile che punta sulla Fortezza, è un ulteriore ostacolo agli sforzi di Amon, Minerva e del pugno di mostri che Himika ha messo a disposizione per questa impresa. Nessuno dei due ha il tempo di preoccuparsi della presenza di vittime innocenti sulla testata nucleare: per Maria, morirebbero in ogni caso, solo portandosi con sé molta altra gente. Amon è invece indifferente al loro sacrificio, ancora infuriato contro la Regina Jamatai. I due attaccano i mostri senza esclusione di colpi, tranciando ali, corpi meccanici, schivando i raggi di un nugolo così grande di nemici da riuscire difficoltoso il solo distinguerli.
Perdono tempo, non potendoselo impedire.
Librata nel cielo, Minerva X guarda sotto di sé il missile che sembra sempre più lontano, sempre più irraggiungibile.
Altri mostri le si abbattono contro sfondando pezzi di corazza, incrinandone il corpo.


“Non ce la faremo mai”, mormora Maria.
“Dobbiamo portarla in alto per distruggerla… tu pensa a quei mostri, del missile me ne occupo io”


Amon afferra da sotto la testata, facendo ricorso a tutte le sue forze per sollevarla verso il cielo.
La sua forza, la sua immensa forza da demone, non basta. Amon, pur ritardando lo schianto del missile, si sente schiacciato in giù, del tutto impotente.
Sopra di lui, in una visuale sempre più annebbiata dallo sforzo, la sagoma di Minerva X che combatte si fa sempre più minuscola.


“Salvali – ringhia Amon, con la voce spaventosamente simile a quella di Akira – salvali… io… lascio tutto a te… ma tu…”
Il corpo del demone sembra gonfiarsi di una muscolatura nuova e più possente. Le scaglie chitinose che coprivano le sue gambe si spaccano per un’improvvisa fioritura incontrollata di peli nerissimi e setolosi. Gli artigli si allungano, la bocca si allarga ancora di più, conferendo al volto del mostro un aspetto ferino.
Amon è ora perfettamente simile a com’era quando, in un combattimento accaduto appena prima, ha perso totalmente il controllo.
Il missile, sotto la sua spinta, si alza lievemente. Ancora però non basta.


“MARIA! – urla Yumi al comunicatore – DIETRO DI TE!”


Un oggetto volante, velocissimo, vola verso Minerva X. Maria non fa nemmeno in tempo a prepararsi all’attacco che il puntino sul radar è già diventato qualcosa che le sfreccia accanto, superandola e puntando dritto sul missile.
I mostri Mikeros rimasti, non appena si accorgono della sua presenza, sparano all’unisono nella sua direzione.
Dall’oggetto volante, un urlo.


“OPEEEEEEEN GEEET!”


E il puntino sul radar si trasforma in tre puntini, che evitano con una serie di manovre calcolate al millimetro la pioggia di raggi.


Maria sgrana gli occhi, incredula.
“S-Squadra Getter?”





CHAAAANGE! GETTER ONE!!


Il misterioso robot rosso che l’Armata Mazinger ha incrociato sul suo cammino per tutto questo tempo, è davanti alla Fortezza, avvolto in un mantello scarlatto.


GETTER TOMAHAWK!


Le leggi della fisica non sembrano valere più: una scure si autocostruisce in pochi secondi dalla spalla del robot, il quale riparte a velocità ancor più sostenuta contro il missile. Per un attimo Maria è convinta che il Getter voglia ingaggiare un corpo a corpo con i mostri che hanno circondato il missile, poi – con sgomento – si accorge che non è affatto così.
In una mossa ai limiti del suicidio, il Getter si aggancia al missile piantandovi il Tomahawk, e iniziando a tirarlo verso l’alto. Gli sforzi congiunti suoi e di Amon riescono a trascinarlo a un’altezza sufficiente da poterlo distruggere con meno danni possibile.
Amon si allontana mentre il robot apre un piccolo foro nel suo torace, da cui brilla una sinistra luminescenza verde.
“GETTER BEAAAAAM!!!”


Mentre vede l’ordigno esplodere sopra di sé, Amon chiude gli occhi e si lascia cadere al suolo, in picchiata.


Il raggio verde di energia Getter, sembra quasi dissolvere la testata.





Il missile arriva sempre più forte, sempre più veloce.
Gaiking si libra in volo, a braccia incrociate, guardando la testata nucleare solcare il cielo.
“Sakon, mi ricevi? Bisogna che lanciamo un attacco combinato. Io sparerò un’Hydroblazer per far esplodere la testata finchè è ancora in alto. Dal Drago dovrete fare altrettanto”
Al microfono del Drago Spaziale solo la voce, distrutta e spezzata, di Sakon, che continua a balbettare in preda alla più totale incapacità di prendere una decisione, al più totale panico.
“N-non possiamo. Non possiamo farlo! Ci sono dei bambini laggiù!”
La voce di Yumi, al monitor, sepolcrale, pronuncia cose che non avrebbe mai voluto dire. “Quei bambini non hanno speranza, Sakon. I loro corpi sono fusi irrimediabilmente alle…”
“Dannazione! – lo interrompe il comandante del Drago – questa… questa è la punizione per quello che abbiamo fatto”
La testata inizia inesorabilmente ad abbassarsi verso il suo bersaglio. Presto, fin troppo presto, qualunque azione intrapresa per fermarla non servirà più a nulla.
Gaiking si volta solo una volta verso il Drago Spaziale. I suoi occhi, accesi e fiammeggianti, incrociano quelli spenti e morti del grande teschio sulla corazzata.
“Sakon?”
Dal microfono non si sente suono.
Poi, di nuovo la voce di Sakon. “Che Dio ci perdoni tutti”
Gaiking schizza in alto, mentre l’altro teschio di drago, quello sul suo petto, inizia a illuminarsi per il sovraccarico di energia che verrà rilasciata dall’Hydroblazer.
“Sono uno degli ultimi Dei rimasti sulla Terra, Sakon. Ti perdono”
Nella sua sala di controllo, Sakon resta senza fiato di fronte all’affermazione di Sanshiro, detta con una tale naturalezza.
Poi, schiaccia un bottone e urla in sincrono col pilota.





“HYDROBLAZER!”





“Che… che diavoleria è mai questa?”, mormora il Generale di Mikeros, mentre la luce si riflette nei suoi occhi sconvolti e increduli. Il suo stupore, però, diventa un urlo di dolore, quando la Double Harken di Grendizer trancia con un colpo preciso la testa da drago, trasformandola in una fontana zampillante di sangue.
Il Generale, per quanto terribilmente ferito, non riesce a darsi per vinto. Sfoderando gli artigli si lancia in una folle corsa contro l’avversario: consapevole di non poter uscire vivo dalla battaglia, decide di dare il tutto per tutto.
Gli artigli scavano un solco profondo nella piastra dell’Hanjuryoku Storm, facendola saltare in aria completamente. In un delirio di scariche elettriche che scorrono incontrollate dal suo petto, Daisuke tenta un altro affondo, ma il dolore subito gli impedisce di portarlo a segno. Due raggi a energia, sparati dagli occhi della faccia umana del Generale, costringono Grendizer a puntellarsi sull’alabarda per non crollare a terra.





Lo spirito Haniwa ricapovolge la situazione, colpendo Dreidow alla schiena e tenendolo fermo e urlante. Facendo appello a tutta la sua forza di volontà, mentre l’abitacolo del pilota sembra ridotto a una trappola mortale, Daisuke fa rialzare in piedi Grendizer. Trattenendo un urlo di dolore, con l’ultimo colpo di Double Harken, trancia esattamente a metà il busto del Generale, che spalanca gli occhi dalla sorpresa e dall’orrore della sconfitta.





Intanto Amaso apre la carena di Mikeros quel tanto che serve a lasciarsi cadere all’interno e ad attaccare i pochi mostri non ancora impiegati in battaglia. Il pavimento trema sotto i suoi artigli, per i violenti colpi di spada di Ikima, i raggi sparati da Mimashi e i continui sortilegi con cui Himika continua a vessare la nave. Per Amaso, tutto questo non ha importanza. In uno scenario di soldati che scappano impazziti al suo passaggio e di computer che esplodono da ogni parte, il ministro di Himika è animato esclusivamente da una feroce e assolutamente folle volontà di distruzione da cui nessuno, davvero nessuno, sembra in grado di distoglierlo.


Ridendo, si avventa contro qualunque cosa si muova, facendola a pezzi, e infierendo su ciò che non si può muovere più.





Il vortice di energia creato dalla spada di Mimashi colpisce contemporaneamente ai fulmini neri di Himika. Tutti gli Spiriti Haniwa disimpegnati dal combattimento stanno inoltre convergendo i loro attacchi su Mikeros.
A differenza del solito, la Fortezza dell’Impero Sotterraneo non può più fuggire.
Le facce che adornano la corazzata del Generale Nero, l’ombra nera che ha terrorizzato i cieli del Giappone e del mondo durante l’invasione dei mostri biomeccanici, si incrinano e si illuminano. La nave sembra raccogliere ogni grammo di energia rimasta.
Amaso (ritornato all’esterno della nave, dopo aver completato la sua opera di distruzione) e Ikima, feriti a spalla a spalla, sentono il terreno vibrare sotto i loro piedi.
Ikima spalanca gli occhi, conscio di quello che sta per succedere.
“Stanno raccogliendo energie per farsi esplodere contro la nave di Himika-Sama!”
Mikeros, infatti di lì a poco punta a una velocità estrema contro Yamata No Orochi.


Mimashi, sulla sua piattaforma, si frappone tra le due corazzate, raddoppiando il furore dei suoi attacchi, in modo da far esplodere quella nemica in volo. Ikima e Amaso si guardano con aria di sfida. Ikima è determinato a restare fino all’ultimo sulla superficie di Mikeros, in modo da continuare a danneggiarla e dar prova del suo maggiore coraggio e spirito di sacrificio. Amaso altrettanto.
Occhi contro occhi, continuano a distruggersi e a saggiare l’uno la determinazione dell’altro.
Mikeros continua implacabile ad avvicinarsi, sotto i colpi sempre più disperati di Mimashi, mentre Yamata No Orochi inizia una manovra di disingaggio.
Fino all’ultimo, i due ministri si fronteggiano moralmente, coperti dal fumo nero dei motori in avaria di Mikeros. Poi Amaso salta sulla piattaforma, unendo i suoi colpi a quelli di Mimashi.


Una violentissima deflagrazione provoca un massiccio spostamento d’aria, che fa finire lontano di parecchi metri più in là la piattaforma dei ministri. Aggrappata ad essa, coperto di sangue, Ikima resta aggrappato nel vuoto.
Per un momento, la tentazione di Mimashi e Amaso di uccidere un pericoloso rivale è fin troppo allettante. Poi, Mimashi è il primo a rinfoderare le armi, pur non facendo nulla per aiutare l’altro ministro a risalire.
Questo non è un giorno di pugnalate alle spalle. L’impero Jamatai non poteva sperare in una vittoria più inaspettata e radiosa.


Dopo anni, la Fortezza Mikeros è caduta, insieme al Generale Dreidow.





Non è ancora finita. Nel fumo dell’esplosione e tra le urla delle vittime, una sagoma calpesta ciò che rimane dei missili.
Amon.
È molto diverso dalla creatura che i nostri hanno visto la prima volta. Scarlatto, con ispidi peli neri che gli coprono le gambe e il pube, la muscolatura più possente, Amon sembra aver perso la labile parte umana che aveva contraddistinto il suo essere Devilman. Un ghigno mostruoso gli allarga la bocca. Una follia animalesca sembra invadere il suo sguardo.
Il suo sguardo che si posa su Minerva X.


“Silen…”


La guarda come fosse la prima volta, con uno strano miscuglio di rabbia e preoccupazione.
“DOVE TI HANNO RINCHIUSO? SILEEEEN!!”
Prima che Maria possa fare qualunque cosa, gli artigli del demone le sono sopra. I collegamenti neurali alla base del sistema di pilotaggio del robot, le comunicano tutto il dolore di Minerva, riversandolo bollente sul proprio sistema nervoso.
E non solo dolore. Anche rabbia. Odio. Odio verso la sua pilota.
Dentro il suo vano di pilotaggio, Maria non può fare a meno di urlare di dolore, mentre i cavi che la tengono ferma nella sua imbracatura sembrano stringersi progressivamente, fino a ferirla.
“Minerva! Cosa ti sta succedendo?”
Nulla. La stessa sensazione provata nel volo con il demone, la sensazione che Maria non riesce in alcun modo ad accettare. Che Minerva la stia escludendo.
Una nuova fitta di dolore fa strillare la telepate. Amon strappa in maniera febbrile il rivestimento di Lega Z del robot. Dentro vi trova solo circuiti, collegamenti, meccanismi.
“DOVE SEI?”
Come un essere umano, le gambe di Minerva si irrigidiscono, in preda a uno spasmo che è, forse, la ripercussione di quello di Maria stessa.
“DOVE TI HANNO RINCHIUSA?”
Attraverso le reti sinaptiche che collegano i suoi occhi a quelli di Minerva, Maria non riesce a vedere altro che il muso bestiale di Amon sul suo, scosso dalla violenza ma anche dal… panico?
“SILEN!!!”, urla l’ultima volta il demone, prima di scoperchiare anche il torace del robot, lasciando esposta Maria nella sua imbracatura.
La pilotessa alza debolmente lo sguardo, distrutta dalla sofferenza continua.
Gli occhi di Amon si spalancano.
Poi, stremato, il suo corpo cade su quello del robot, rimpicciolendosi fino a riprendere dimensioni e forma umana.
Maria riesce a tirare un breve respiro, un rantolo, prima di perdere coscienza a sua volta.





“I miei complimenti, Principe”
La voce di Himika risuona, sottile e penetrante, tra le macerie del campo di battaglia. Grendizer campeggia sul cadavere del Generale Dreidow, la Double Harken ancora stretta tra le mani. Daisuke è ai piedi del suo robot, a esaminare freddamente i resti della Fortezza Mikeros, sparsi e distrutti sul terreno. Nessuna espressione traspare sul suo volto.
Chiunque tra i suoi vecchi commilitoni dell’Armata avrebbe gioito nel vedere caduta la più temuta tra le ammiraglie dell’esercito del Generale Nero. Chiunque vi leggerebbe un buon presagio di battaglia, un buon presagio per quello scontro che è sempre più inesorabilmente vicino.
Duke Fleed, pilota di Grendizer e Principe Jamatai si limita a osservare, il casco sempre calato sul volto. Flora lo studia di sfuggita, cercando di carpirne una qualunque reazione.
Daisuke si volta solo verso Himika, quando ne sente la voce.
“Mi auguro che quella non fosse ironia”
“Tutt’altro – replica la Regina, che però mantiene il solito sorriso ambiguo sul volto pallidissimo – Non è cosa da tutti i giorni abbattere un Generale di Mikeros”
“Sono stanco dei tuoi giochi. Da tempo prometti risposte. Ora è tempo di darmele”


Himika annuisce, facendosi più vicina a Duke Fleed.
“Le avrai”
“Ora, Himika”
“Le avrai ora”
Solo in quel momento, Daisuke si accorge di essere completamente circondato dai suoi soldati. Perfino Flora è distante da lui, cosa che non è finora mai successa. I tre ministri di Himika sono solo un po’ più all’interno dello strano cerchio che hanno formato gli altri.
Daisuke si guarda intorno.
Nella sua mente, il pensiero che possa essere arrivata la fine della sua vita, non gli fa calare la maschera fredda che ormai ha sostituito il suo volto.
Himika si avvicina.
Dolcemente, gli apre la visiera del casco. Poi, prima che Daisuke possa dire qualcosa, le labbra della Regina si poggiano sulle sue.
E quando la lingua di Himika si poggia sulla sua, Daisuke sente una sorta di piccolo nucleo di energia passato dalla bocca di lei, dentro la propria.





Da un’altra parte della Corea, un missile inesploso solleva una nuvola immensa di polvere.
Il paesaggio sembra spogliato da qualunque segno di vita. Immobile. Silenzioso.
Nella polvere due occhi si accendono. Un rumore metallico precede l’intravedersi di una figura gigantesca, che si allontana di poco e poi rivolge lo sguardo alla testata, indenne.


“Hiroshi?”, ripete la voce di Miwa, al comunicatore.
Jeeg rimane per qualche momento in silenzio. Quante erano le possibilità di restare vivo in una situazione simile? Due? Tre?
“… Sto bene, Micci”, la rassicura Hiroshi, con la voce assente.


Una voce risuona nelle sue orecchie.
La voce del padre.


Immortale…